In un tempo in cui la Costituzione viene evocata a corrente alternata – spesso piegata, talvolta dimenticata – le parole del Presidente della Repubblica risuonano come un richiamo netto, istituzionale, ma tutt’altro che neutro.
“La nostra Carta fondamentale si fonda sui principi della democrazia liberale basata sulla separazione tra i poteri. Essa persegue, infatti, il duplice obiettivo di bilanciare i poteri dello Stato e di garantire i diritti inviolabili e le libertà fondamentali di ciascuno”.
Non è una formula rituale. È l’architrave della Repubblica.
Mattarella ricorda che la Costituzione italiana nasce dalle macerie delle dittature e delle guerre, ed è costruita proprio per impedire che il potere si concentri, si confonda, si imponga senza limiti.
Difendere la separazione dei poteri non significa difendere una corporazione. Significa difendere i diritti di tutti.
L’autonomia e l’indipendenza della magistratura non sono un privilegio: sono una garanzia per i cittadini, affinché le decisioni siano prese secondo diritto e non sotto pressione, paura o convenienza.
Nel suo intervento ai magistrati in tirocinio, il Presidente ricorda anche una verità spesso ignorata: applicare la legge non è un gesto meccanico, ma un esercizio complesso di responsabilità, equilibrio, conoscenza e imparzialità. Un lavoro che chiama in causa l’intero ordinamento, la Costituzione, le fonti internazionali, la storia della giurisprudenza.
E poi c’è un passaggio che dovrebbe essere scolpito nella pietra: i magistrati come “agenti della Costituzione”, presidio della legalità e dei diritti di ogni persona. Non protagonisti, non nemici della politica, ma custodi di un patto democratico che dura da quasi ottant’anni.
In un Paese appena più consapevole, queste parole non dividerebbero.
Unirebbero.




