Il Procuratore Generale della Corte d’Appello Giuseppe Amato “Nel Lazio clan autoctoni ma anche delocalizzati, numeri allarmanti”. Mentre crescono i reati, continuano a diminuire i giudici e cancellieri.
Nel Lazio ci cono clan autoctoni ma anche delocalizzati, con significative risultanze di Aprilia, Nettuno e Anzio. È quanto affermato ieri nella sua relazione Giuseppe Amato, procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, alla cerimonia di apertura dell’Anno Giudiziario. “Le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Roma hanno confermato la dimensione quantitativa e qualitativa delle infiltrazioni della criminalità organizzata, anche di stampo mafioso, nel territorio della Regione, non solo quello della città metropolitana di Roma, ma anche in diffusi contesti nel basso Lazio (nel periodo, significative le risultanze di Aprilia, Nettuno ed Anzio)”, ha dichiarato, sottolineando che si tratta non solo di organizzazione mafiose di matrice autoctona, ma anche di organizzazioni ‘delocalizzate’ espressione delle organizzazioni mafiose tradizionali: della ‘Ndrangheta, di diversi gruppi di Camorra, di Cosa Nostra”.
I numeri, ha aggiunto sono emblematici di un fenomeno allarmante. Dal 1 luglio 2024 al 30 giugno 2025 la DDA ha iscritto 406 procedimenti, di cui n. 309 a carico di soggetti noti, per un totale di 2.151 indagati e 97 a carico di ignoti. Di questi, 115 procedimenti hanno riguardato associazioni di stampo mafioso e reati aggravati ex articolo 416-bis.1 c.p., per un totale di 726 indagati, mentre 134 procedimenti hanno riguardato le associazioni finalizzate al traffico di stupefacenti per un totale di 950 indagati.
Il Presidente della Corte d’Appello di Roma, Giuseppe Meliadò, ha sottolineato come con il dato della criminalità della criminalità organizzata che si conferma presente nella città di Roma, ma anche nei circondari di Velletri, Latina, Frosinone e Cassino, si intrecciano i reati in materia di stupefacenti, che meritano una particolare menzione per la qualità del fenomeno criminale e per le forme del tutto nuove con cui si realizzano. Per come confermano le più recenti investigazioni – ha concluso – Roma è assediata dal traffico della droga e, attraverso il traffico degli stupefacenti, è assediata dalla criminalità.
Mentre crescono i reati, continuano a diminuire i giudici.
Grave, l’allarme lanciato da presidente della Corte d’Appello di Roma, Giuseppe Meliadò, Analizzati fenomeni, sottolineate criticità e snocciolati dati. Un’evidenza su tutte: “a Roma – spiega il magistrato – un numero sparuto di magistrati contrasta una criminalità dilagante e migliaia di processi saranno a rischio se non interverranno seri provvedimenti organizzativi”. Risposte che non arriveranno dalla riforma, secondo Meliadò: “i tempi della giustizia restano insoddisfacenti, dall’incapacità del legislatore, nonostante la frenesia normativa di questi ultimi anni, di aggredire il nodo dell’efficienza della giurisdizione e, al tempo stesso, dall’inclinazione a riformare la magistratura più che l’organizzazione del servizio giustizia”, dice.
Pochi imputati – circa il 27% – fanno ancora ricorso ai riti alternativi (che riducono i tempi del dibattimento), e questo nonostante venga garantita una diminuzione della pena.E anche l’applicazione sperimentata in procura non è servita a molto. Anzi, ha comportato, secondo Meliadò, “un significativo aumento dei tempi di lavorazione per ciascun fascicolo processuale e quindi il rallentamento complessivo del processo penale”. Tuttavia il grande sforzo dei magistrati ha portato, in cinque anni, alla riduzione dei processi arretrati, che comunque restano imponenti: 36.078 fascicoli..In una città dove sono stati conclusi 225.701 processi e ne sono stati aperti 212.615, in un solo anno. Tutto questo quando Roma ha una procura sotto organico: alla data del 28 luglio 2025 si registrava una scopertura effettiva dell’organico del 35,12%, scopertura che, con riferimento alla fondamentale figura dei cancellieri, arriva addirittura al 60%.




