Abbiamo trovato interessante questo approfondimento su “Appunti di Stefano Feltri”, lo pubblichiamo integralmente
L’ex magistrato Gherardo Colombo spiega perché la riforma del governo affronta falsi problemi e ne crea di veri (e molto seri) all’equilibrio tra poteri
“La posta in gioco non riguarda soltanto i cittadini che credono in uno Stato di diritto fondato sulla divisione e il bilanciamento dei poteri, sulla tutela delle minoranze e sulla difesa delle libertà fondamentali”
(Gherardo Colombo ha condotto e collaborato da magistrato a inchieste divenute celebri, tra cui la scoperta della Loggia P2 e Mani pulite. Nel 2007 si è dimesso dalla magistratura per dedicarsi a incontri formativi nelle scuole, dialogando negli anni con centinaia di migliaia di ragazzi sui temi della giustizia e del rispetto delle regole.
Per Garzanti ha appena pubblicato il libro La Giustizia italiana in 10 risposte, che spiega il contesto nel quale arriva il referendum e le sue implicazioni. Per Appunti ha scritto questo pezzo che condensa le tesi del libro).
Il referendum sulla giustizia indetto per il 22 e il 23 marzo prossimi è un passaggio fondamentale per il futuro della nostra democrazia.
Sotto la superficie di una riforma presentata come necessaria, si nasconde infatti l’alterazione in modo profondo e forse irreversibile dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, minando l’indipendenza della magistratura e aprendo la strada al controllo politico del sistema giudiziario.
Votare NO non significa difendere acriticamente l’esistente, ma piuttosto preservare le garanzie costituzionali che tutelano i diritti di tutti i cittadini, al di là delle appartenenze e delle contingenze politiche.
Lo scorso ottobre il Parlamento ha approvato la legge di revisione della Costituzione dal titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” che contiene una serie di interventi che, nelle affermazioni dei promotori, dovrebbero rendere la giustizia più efficiente, trasparente e imparziale.
Al di là dell’intestazione della legge, il punto centrale è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, con la creazione di due Consigli superiori della magistratura distinti e l’istituzione di un’Alta corte disciplinare.
Secondo i sostenitori della riforma, questa novità permetterebbe di superare le pretese “contaminazioni” tra chi giudica e chi accusa, rafforzando l’autonomia e l’imparzialità di entrambi i ruoli.
Tuttavia, questa narrazione non regge alla prova dei fatti: la separazione delle carriere è già sostanzialmente realizzata: negli ultimi anni, meno dello 0,5 per cento dei magistrati ha cambiato funzione, e le riforme più recenti hanno reso questi passaggi ancora più rari e regolamentati.
In altre parole, il rischio di “confusione” tra giudici e pubblici ministeri è oggi più teorico che reale e non ha nessuna relazione con le cause della lentezza e delle disfunzioni del sistema giudiziario italiano.
La creazione di due Consigli superiori separati, lungi dal risolvere i problemi di imparzialità, rischia anzi di produrre effetti opposti a quelli dichiarati.
Il Consiglio dei pubblici ministeri, composto esclusivamente da PM e membri laici scelti dal Parlamento, diventerebbe un organo autoreferenziale: i magistrati sarebbero valutati, infatti, non più da un CSM misto composto in maggioranza da giudici, bensì da un CSM composto esclusivamente da pubblici ministeri. Invece di riequilibrare il rapporto tra accusa e difesa, si rafforzerebbe il potere dei PM, rendendoli autonomi e, per via del sistema attraverso il quale vengono scelti i membri dei tre organi, esposti al controllo politico, come si vedrà.
Peraltro, se i PM diventassero un ordine separato, con un proprio Consiglio e quindi con la conseguente autovalutazione della professionalità, sarebbe più facile sostenere che debbano rispondere a un ente esterno delle loro scelte nell’esercizio della loro attività.
È necessario ricordare che oggi indipendenza e autonomia di giudici e pubblici ministeri sono garantite non solo formalmente ma anche sostanzialmente da una serie di norme che non si fermano soltanto all’esistenza di un CSM comune, che si occupa anche di giudicare la disciplina dei magistrati.
Un aspetto particolarmente rilevante in proposito riguarda il metodo di selezione dei membri dei nuovi Consigli: non più elezione dei loro membri, ma sorteggio.
Questa soluzione, presentata come rimedio alle degenerazioni correntizie, da una parte priva i magistrati della possibilità di scegliere i propri rappresentanti, mortificando la loro professionalità e riducendo l’autorevolezza degli organi di autogoverno.
Nessuna azienda sorteggerebbe il proprio amministratore delegato; non si sorteggia chi esercita funzioni amministrative nel settore pubblico; non si pensa minimamente di sorteggiare coloro cui affidare responsabilità politiche.
L’affermazione è confermata proprio dal sistema elettorale dei membri laici del CSM, quelli designati dal Parlamento tra i professori universitari e gli avvocati con 15 anni di esperienza professionale: formalmente sono sorteggiati, ma il sorteggio avverrebbe nell’ambito di un elenco di persone elette dalle forze politiche (in gran parte o completamente dalla maggioranza) presenti in parlamento.
Il paradosso è evidente: mentre si sottrae ai magistrati la possibilità di esprimere una rappresentanza consapevole e competente, si lascia intatta la componente politica, con la conseguenza di renderla nella sostanza molto più decisiva di quella dei magistrati nella gestione delle carriere e delle nomine.
Il trasferimento della funzione disciplinare a un nuovo organo, l’Alta corte (con lo stesso sistema di designazione previsto per i due CSM, con l’unica variante che i magistrati sono sorteggiati soltanto tra quelli che svolgono o hanno svolto le loro funzioni in Cassazione), la cui composizione vede ridotta la partecipazione dei magistrati (tre quinti invece di due terzi) rispetto agli attuali equilibri del CSM, affida la disciplina dei magistrati a un organismo più permeabile alle pressioni politiche, indebolendo ulteriormente le garanzie di autonomia e imparzialità.
L’attuale sistema, pur con i limiti comuni ai sistemi di controllo della disciplina di pressoché tutti gli organi professionali, offre un bilanciamento tra togati (giudici e pubblici ministeri) e laici (professori universitari di materie giuridiche e avvocati con una lunga esperienza) che riflette la necessità di un controllo interno, ma anche di una tutela della professionalità e dell’indipendenza dei magistrati. La nuova impostazione, invece, rischia di trasformare la disciplina in uno strumento di pressione esterna, con conseguenze ovviamente molto gravi.
È poi di tutta evidenza che questa riforma non affronta in alcun modo i veri problemi della giustizia italiana.
La cronica carenza di risorse umane e materiali, l’inefficienza organizzativa, la lentezza dei processi, la scarsa digitalizzazione e la mancanza di investimenti in prevenzione restano completamente fuori dal campo d’azione della riforma.
Nulla viene fatto per ridurre i tempi biblici dei processi o per migliorare la qualità del servizio reso ai cittadini.
Anzi, la frammentazione degli organi di autogoverno rischia di complicare ulteriormente il funzionamento del sistema, aumentando la burocrazia e la confusione sulle competenze.
In un Paese in cui i cittadini attendono anni per una sentenza civile o penale, e in cui la percezione di inefficienza e distanza della giustizia è ormai radicata, sarebbe logico attendersi una riforma capace di incidere sulle cause reali del malfunzionamento, non un intervento tutto centrato sugli equilibri tra la magistratura e “ogni altro potere” (art. 104 Cost.).
Il disegno complessivo
La riforma della giustizia fa parte di un progetto politico più ampio, che comprende anche la proposta di riforma che introduce il premierato – per cui il governo punta a varare la legge già entro la fine del 2026 – e la modifica della legge elettorale.
Se queste tre riforme venissero approvate, il sistema istituzionale italiano cambierebbe profondamente.
Il presidente del Consiglio sarebbe eletto direttamente dai cittadini e, grazie a una legge elettorale con un forte premio di maggioranza, potrebbe contare su un Parlamento a lui fedele.
Questo nuovo assetto darebbe al premier, anche attraverso la sua maggioranza, un’influenza decisiva anche sugli organi di garanzia, come il presidente della Repubblica, la Corte costituzionale e il Consiglio superiore della magistratura, perché questi vengono del tutto (il primo) o in parte (gli altri) nominati o eletti dal Parlamento stesso.
In pratica, il potere esecutivo si rafforzerebbe a scapito degli altri poteri dello Stato, riducendo i contrappesi e le tutele per le persone, specie se facenti parte di minoranze politiche e sociali. Una magistratura non autonoma e non indipendente sarebbe un perno essenziale per rendere effettiva la trasformazione.
La storia italiana, segnata in passato da tentativi di concentrazione del potere e di controllo della magistratura da parte della politica, ci ricorda quanto sia importante mantenere alta la vigilanza e valutare con attenzione ogni riforma che possa alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Dire NO al referendum sulla giustizia significa difendere la Costituzione, la separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura, che sono le garanzie fondamentali dei diritti di tutti.
Si tratta di evitare che la giustizia si trasformi da organo di garanzia a strumento ossequioso verso il potere politico. Una riforma della giustizia è necessaria, ma deve andare nella direzione di rafforzare le garanzie, investire in efficienza e qualità, restituire fiducia ai cittadini.
Ricordo per inciso che l’efficienza e i tempi della giustizia dipendono da quanto il ministro della giustizia fa perché l’amministrazione della giustizia non sia condizionata dalle scoperture di organico e dalla carenza di mezzi per poter operare come sarebbe necessario.
Il progetto in corso ci porta indietro, rende più fragile il sistema delle tutele ed espone la giustizia italiana a pressioni e condizionamenti che la storia dovrebbe averci insegnato a temere e a respingere.
Per tutte queste ragioni, il NO al referendum sulla giustizia è un no a una deriva pericolosa e un sì alla democrazia, ai diritti e all’equilibrio tra i poteri.
La posta in gioco non riguarda soltanto i cittadini che credono in uno Stato di diritto fondato sulla divisione e il bilanciamento dei poteri, sulla tutela delle minoranze e sulla difesa delle libertà fondamentali.
In un momento storico in cui le democrazie sono messe alla prova da spinte autoritarie e semplificatrici, la scelta di campo è più che mai attuale e urgente, perché difendere la giustizia significa difendere il principio fondante della Repubblica: il riconoscimento della dignità, pari, di ognuno di noi, e conseguentemente dell’uguaglianza davanti alla legge.
da “Appunti di Stefano Feltri” fonte: https://appunti.substack.com/p/un-no-per-difendere-la-democrazia




