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Aprilia Libera: se gli alberi potessero parlare

riceviamo e pubblichiamo

“Capisco, leggendo i giornali, che c’è inconsapevolezza diffusa del baratro verso cui corriamo a velocità folle. Sarà che alla base di tutto manca l’amore per questo Pianeta e per le sue creature. Mi viene in mente Gaza, massacrata e ricoperta di chimica letale per sempre; o la Foresta Amazzonica, incendiata e distrutta per i tossici burger; o le montagne dei rifiuti del 1° mondo esportate sui suoli del 3° mondo, … e poi leggo per l’ennesima volta comunicati autoreferenziali sulla necessità di eliminare il verde pubblico per la “sicurezza” umana ad Aprilia. Nessuna compassione, nessuna pena. È un problema culturale.
Premetto che di verde pubblico ce ne resta veramente poco, dopo la strage delle scorse
consiliature, dopo la cementificazione di aiuole, la distruzione della pineta di largo delle Rose, l’abbattimento di centinaia di pini sul viale della stazione di Campoleone, la decimazione delle alberature dei parchi da incuria, la realizzazione di rotonde di cemento anziché a prato permeabile, l’impermeabilizzazione persino delle misere aree verdi nei parchi, la rimozione delle aiuole di via La Malfa, la strage dei pini di Campoverde, la politica di non ripiantumare mai alberi dopo la loro morte (per lo più procurata), l’urbanizzazione espansiva in zone agricole possibilmente eliminando alberi piuttosto che salvaguardarli, l’abbandono dei siti contaminati ad altre discariche anziché effettuare bonifiche, la continua espansione industriale in aree agricole, anziché riutilizzare i siti industriali, … Questo si chiama CONSUMO DI SUOLO!
E potrei continuare a lungo sull’ignobile strage del verde apriliano. Ma visto che il focus si è spostato sulla sicurezza umana, vorrei dire solo una cosa: ciò che rende “insicuri” gli alberi sono gli umani. Se gli alberi disponessero di un substrato naturale, di una adeguata superficie di suolo circostante e se ad occuparsene fossero maestranze competenti, crescerebbero sani, forti e stabili. Ma ad Aprilia hanno sempre considerato queste creature solo come intralcio alle corse in auto, come ostacolo (da cementificare) sul marciapiedi, come rifiuto sul pavè stradale, come lavoro aggiuntivo per le maestranze. Questa barbarie manifesta quanto siamo ignoranti e sempre più lontani dalla nostra Madre Terra, la generatrice di miliardi di servizi gratuiti per il nostro benessere, la nostra economia, la nostra cultura, ma soprattutto, la nostra salute. In ultima istanza, per la VITA.
Si continua a rimuovere l’equazione AMBIENTE SANO = SALUTE PUBBLICA e le nostre città
sono sempre più camere a gas cancerogene, dove la morte arriva prematuramente e nelle
forme peggiori, dove le superfici sono totalmente private di SUOLO, VEGETAZIONE, HABITAT
NATURALI, per lasciare spazio a cemento, asfalto, rifiuti. Il DEGRADO è il nostro pane
quotidiano, gli interessi economici la nostra Bibbia. Quale sicurezza può derivare dal degrado e dalla bruttezza che introduciamo in paesaggi naturali? Quale prospettive possiamo garantire alle generazioni future, quando avremo abbattuto l’ultimo albero e ricoperto l’ultimo ettaro di suolo coi rifiuti, per bulimici interessi privati?
Gli alberi sono il solo collegamento fisico e spirituale tra le viscere della Terra e il Cielo, sono i pilastri del pianeta e devono poter affondare le loro salvifiche radici in SUOLI naturali, non in vasche di cemento. Ma sappiamo cos’è il suolo? Suolo non è uno sterile sacchetto di terra del supermercato, con cui riempiamo una porzione di superficie terrestre, né lo scotico riportato a riempimento di scavi, né gli inerti di lavorazioni antropiche.
Suolo è la pelle del pianeta. Nei primi 30 cm di suolo c’è lo strato di VITA formatosi in milioni di anni (per formare uno strato di 0,5 cm di suolo occorrono 100 anni alle nostre latitudini), in cui si trova la massima concentrazione di BIODIVERSITÀ (un cucchiaio di suolo contiene 9 miliardi di unità di vita) e benefici, fornendo una miriade di SERVIZI ECOSISTEMICI: servizi di supporto alla vita (nutrimento), in quanto è il più grande motore biologico della Terra e il più grande laboratorio ecosistemico gratuito di trasformazione degli scarti in fertile humus;
servizi di approvvigionamento (fibre, farmaci, combustibili, risorse genetiche); servizi di regolazione (gas atmosferici, clima, flussi idrici, riserve idriche, depurazione acque, decomposizione rifiuti, controllo malattie, protezione eventi estremi, produzione primaria e secondaria di ossigeno), infatti è la più efficiente centrale di produzione di ossigeno e di sequestro di Carbonio (2,5 volte maggiore alla capacità degli alberi, il 70 % del carbonio sequestrato per sempre è nel suolo, 30% negli alberi); servizi culturali (“Troverai più nei boschi che nei libri: gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà”, Bernardo da Chiaravalle, 1100 d.c.), quindi la più bella forma di INTELLIGENZA sostenibile. E noi lo contaminiamo, lo avveleniamo, lo uccidiamo impermeabilizzandolo, senza capire che con lui periremo tutti noi.
Qualcuno si è chiesto perché si è abbattuto in terra il pino del parco Falcone e Borsellino?
Quei pini hanno prima ricevuto il drastico taglio dell’apparato radicale lato viale asfaltato, poi il taglio dell’apparato radicale lato prato, il cui suolo è stato sostituito per un buon tratto dalla vasca cementizia di raccolta acque meteoriche, che non defluiscono più dalla Nettunense nel Fosso Leschione, completamente intubato; poi dallo sconquasso del cantiere mai concluso per la pista di skate. Questa è la fine delle aree verdi urbane, consumate del suolo e snaturate in ogni parte.
Se la gente capisse quanti benefici potremmo trarre dalla combinazione di suolo + alberi, smetterebbe di chiedere l’abbattimento di alberi, la cementificazione di parchi,
l’impermeabilizzazione di aiuole, ma reclamerebbe la propria quota di ossigeno e benessere prodotta da verde di qualità e sistemi ecologici urbani, costituiti in primis da filari di alberi non infilati in gabbie dentro marciapiedi a montagne russe, ma in fasce continue di prato, come viale Europa.
Se gli alberi potessero parlare, chiederebbero: dove eravate negli ultimi 15 anni, quando chiedevano di non annientare a centinaia pini e platani, che contribuivano alla mitigazione del clima e dell’inquinamento? Quando proponevano soluzioni che salvassero il nostro insostituibile beneficio? Quando chiedevano di piantare un albero per ogni nato? Quando chiedevano di non abbattere i platani, modificando i marciapiedi? Quando chiedevano di salvare la storica pineta di largo delle Rose, sfregiata vergognosamente e impermeabilizzata?
Quando chiedevano di fare potature e di prendersi cura delle nostre chiome senza mutilarci? Quando chiedevano di garantire la nostra stabilità con piccoli accorgimenti? Almeno, se dovete ignorarci, fatelo pure in campagna elettorale!

Rosalba Rizzuto
Aprilia Libera e Città degli Alberi

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