HomeAttualitàNazionaleNo kings: il senso politico del referendum sull’ordinamento giudiziario

No kings: il senso politico del referendum sull’ordinamento giudiziario

di Stefano Fassina

La reazione di Donald Trump alla sentenza della Corte Suprema a Washington, in merito ai poteri del Presidente degli Stati Uniti nell’imposizione dei dazi, è perfetta per esprimere la posta in gioco nel referendum del prossimo 22 e 23 Marzo sulla revisione costituzionale dell’ordinamento giudiziario. L’oltraggio manifestato, la postura di sfida alla Suprema Magistratura USA (pur a maggioranza conservatrice) e il rifiuto stizzito di considerare gli atti dell’esecutivo censurabili potevano essere quelli dei video su Facebook di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini o quelli delle interviste a Antonio Tajani.
Sta qui, a mio parere, il senso del voto referendario. Vi sono aspetti specifici, importanti, sui quali torno più avanti. Ma il punto è politico-costituzionale: come per Donald Trump, l’intento del Governo Meloni e della sua maggioranza è assolutizzare l’esecutivo. Completare l’instaurazione di una democrazia plebiscitaria, quindi autoritaria. Siamo già molto avanti. Non soltanto per “merito” loro. La sovrascrizione, senza alcuna revisione costituzionale, ma per via di legislazione ordinaria, dei Trattati europei alla nostra Carta ha già scardinato il primato sociale sulle cosiddette “libertà economiche”. Le leggi elettorali hanno reso il Parlamento di “nominati” dipendente dal governo e dai capi dei partiti di opposizione. Il “quarto potere” indipendente celebrato nelle democrazie liberali è quasi completamente nelle mani di Palazzo Chigi: direttamente, da sempre, attraverso la Rai o indirettamente tramite TV e radio Mediaset e i quotidiani controllati da chi fa affari con il governo.
Le democrazie si fondano sulla separazione dei poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario. Nessuno dei tre poteri è assoluto, ab-solutum, ossia sciolto dal vincolo della legge. Neanche quando il potere riceve direttamente la legittimazione dal popolo, come avviene per l’inquilino della Casa Bianca nel sistema presidenziale a stelle e strisce (sebbene formalmente non sia così in quanto il Presidente viene votato dai “grandi elettori”). L’art 1 della nostra Costituzione è un capolavoro di efficacia comunicativa e pedagogica: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ha scritto magistralmente qualche giorno fa Carlo Galli: “Tutto ciò si iscrive nella cifra fondamentale del nostro tempo: il ritorno della politica nei suoi aspetti autoritari, la preminenza della guerra e dell’ordine pubblico nella retorica e nella pratica del potere, il sospetto verso il dissenso, la protesta e ogni contro potere, anche quello togato”.
Inoltre, ma non meno rilevante, anzi, c’è la questione della legittimazione delle norme costituzionali. Ho sollevato il punto anche in occasione della legge Calderoli sulla cosiddetta “Autonomia differenziata” (legge ordinaria, ma di portata costituzionale): le regole del gioco, si scrivono insieme, maggioranza e opposizioni. Il ricorso al voto dei cittadini dovrebbe essere eccezionale, residuale, attivato dopo aver esperito ogni tentativo di dialogo in Parlamento, proprio come prevedevano madri e padri costituenti con l’art. 138. Invece, ancora una volta, siamo alla revisione costituzionale a colpi di maggioranza. È vero, ha cominciato il centrosinistra nel 2001 con la sciagurata forzatura unilaterale, a fine legislatura, per la riscrittura del Titolo V. Ma il dato non attenua il vulnus nella ripetizione de ‘crimine’. Non lo attenua neanche il riferimento al precedente di Berlusconi nel 2006 né a quello di Renzi del 2016, entrambi sonoramente bocciati alle urne. Qui, oggi, è finanche peggio in quanto né Camera, né Senato hanno potuto fare alcun emendamento al testo approvato dal Governo Meloni. È una vergogna senza precedenti per i parlamentari della maggioranza di turno.
Infine, nel merito delle norme oggetto del voto, mi limito a due principali osservazioni. La prima: magistrati inquirenti separati avranno, inevitabilmente, una torsione ‘poliziesca’ e ‘irresponsabile’. Si ridurranno le garanzie per gli imputati. La sottoposizione al controllo politico diventerà una regressione sensata. La seconda osservazione: la divisione del CSM in un organismo per la magistratura requirente e uno per la magistratura giudicante, la sottrazione a ciascuno di essi delle funzioni disciplinari di rispettiva competenza e, in particolare, il sorteggio per sceglierne i componenti togati ne sminuirà radicalmente rappresentanza e autorevolezza. Di fatto, minore indipendenza dal potere esecutivo.
Il No al voto del 22-23 Marzo può fermare la deriva autoritaria e invertire rotta. La democrazia costituzionale, sostenuta anche dall’indipendenza sostanziale della magistratura, è condizione necessaria per ricominciare la lunga marcia per la dignità del lavoro, la giustizia sociale, l’uguaglianza sostanziale dei cittadini faccio alla legge. No kings. No queens.

#referendum #giustizia #NoKings #Costituzione

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