HomeAttualitàGenova 2001: quando lo Stato scelse il manganello invece della democrazia

Genova 2001: quando lo Stato scelse il manganello invece della democrazia

Ci sono ferite che il tempo non cancella. E Genova è una di quelle.

Venticinque anni dopo non serve edulcorare la storia per non disturbare qualcuno. Bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

Nel luglio del 2001 lo Stato italiano mostrò il suo volto peggiore. Non quello della legalità, ma quello dell’abuso di potere. Non quello della democrazia, ma quello della violenza.

Alla Diaz non entrò la giustizia: entrarono uomini in divisa che massacrarono persone inermi. A Bolzaneto non ci furono semplici “eccessi”: ci furono torture, umiliazioni, pestaggi, violazioni della dignità umana. Non lo dice una parte politica. Lo hanno scritto le sentenze della magistratura e lo ha riconosciuto la Corte europea dei diritti dell’uomo.

Eppure c’è ancora chi minimizza. Chi continua a parlare solo delle vetrine rotte, dimenticando i crani spaccati. Chi si indigna per un cassonetto incendiato, ma resta in silenzio davanti a uno Stato che calpesta i diritti dei propri cittadini.

La verità è semplice: quando chi dovrebbe garantire la legge la infrange, la democrazia è in pericolo.

A Genova non furono pestati soltanto dei manifestanti. Fu colpita l’idea stessa che in una democrazia si possa contestare il potere senza rischiare la propria incolumità.

Per questo fa rabbia vedere che, ancora oggi, c’è una destra che considera Genova un fastidio, una pagina da archiviare, quando non arriva addirittura a giustificare quella repressione. È la stessa cultura politica che continua a guardare con sospetto il dissenso, che preferisce il manganello al dialogo, che confonde l’autorità con l’autoritarismo.

Noi, invece, non dimentichiamo.

Non dimentichiamo Carlo Giuliani. Non dimentichiamo il sangue sui pavimenti della Diaz. Non dimentichiamo le torture di Bolzaneto. E non dimentichiamo chi cercò di costruire prove false, chi mentì, chi tentò di coprire l’indifendibile.

Ricordare Genova significa schierarsi. Significa dire che nessuna ragione di ordine pubblico può giustificare la sospensione dei diritti costituzionali. Significa dire che le istituzioni si difendono pretendendo che siano le prime a rispettare la legge, non concedendo loro l’impunità.

La memoria dà fastidio a chi vorrebbe riscrivere la storia. Ma senza memoria si apre la strada alla ripetizione degli stessi errori.

Per questo continueremo a ricordare Genova. Non per odio. Non per vendetta. Ma perché chi ama davvero la democrazia non può voltarsi dall’altra parte davanti a una delle pagine più vergognose della Repubblica italiana.

Roberto Alicandri

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