C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui viene gestito il servizio OEPAC nel Lazio.
Gli Operatori Educativi per l’Autonomia e la Comunicazione sono fondamentali per l’inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Ogni giorno affiancano i ragazzi, sostenendoli nella comunicazione, nell’autonomia e nella partecipazione alla vita scolastica. Eppure continuano a lavorare in condizioni di forte precarietà, con contratti legati al calendario scolastico e retribuzioni spesso molto contenute.
Durante l’anno può accadere che l’assenza del minore comporti una perdita di reddito per l’operatore, nonostante non dipenda da una sua scelta. E con la chiusura delle scuole, per molti, il lavoro si interrompe. Nell’audizione della IX Commissione del Consiglio regionale del Lazio del 15 settembre 2026 è stata evidenziata una situazione nella quale alcuni operatori percepiscono la retribuzione per circa nove mesi e mezzo all’anno, rimanendo senza reddito durante l’estate. Una condizione resa ancora più difficile dal fatto che, non essendo necessariamente licenziati, possono non avere accesso alla NASpI.
Non è accettabile che chi svolge un lavoro indispensabile per l’inclusione dei nostri ragazzi debba vivere una simile precarietà.
C’è poi il problema delle risorse. Il Governo nazionale ha imposto alle Regioni importanti vincoli finanziari e un significativo concorso alla finanza pubblica. Questo incide inevitabilmente sulla capacità di finanziare le politiche regionali. Ma una cosa è subire vincoli di bilancio, un’altra è decidere come utilizzare le risorse disponibili.
Ed è su questo che la Regione Lazio deve rispondere.
Per l’anno scolastico 2025/2026 la Regione aveva finanziato 6,5 milioni di euro destinati ai Comuni per integrare l’assistenza all’autonomia e alla comunicazione attraverso la Comunicazione Aumentativa Alternativa. Dal 2026/2027 questo contributo non sarà più erogato.
È quindi legittimo chiedere perché, di fronte alle difficoltà finanziarie, si sia scelto di non rifinanziare proprio un intervento destinato all’inclusione scolastica.
Non basta dire che il servizio è di competenza dei Comuni. I Comuni sono chiamati a garantire l’assistenza, ma hanno bisogno delle risorse necessarie per farlo. Se aumentano i bambini che necessitano di supporto, aumentano anche le ore da finanziare. Senza adeguati trasferimenti, il rischio è che l’onere ricada sui bilanci comunali e, alla fine, sulle famiglie.
Ed è questo l’aspetto più grave: che a pagare siano proprio i bambini.
Se le risorse non saranno sufficienti, il rischio concreto è una riduzione delle ore di assistenza. Ma un’ora OEPAC non è una semplice voce di bilancio: è un’ora nella quale un bambino può essere aiutato a comunicare, partecipare alla lezione, sviluppare la propria autonomia e vivere pienamente il percorso scolastico.
Ridurre quelle ore significa ridurre concretamente l’inclusione.
Per questo Governo e Regione devono assumersi le proprie responsabilità. Il Governo deve considerare l’impatto delle proprie scelte finanziarie sulle Regioni; la Regione Lazio deve spiegare perché non abbia individuato le risorse per garantire la continuità di un servizio essenziale; i Comuni devono essere messi nelle condizioni di garantire l’assistenza senza dover affrontare ogni anno l’incertezza sui finanziamenti.
L’inclusione non può rimanere una dichiarazione di principio. Si misura nelle classi, nelle ore di assistenza garantite e nella continuità del rapporto tra bambino e operatore.
Servono risorse certe e strutturali, una soluzione alla precarietà degli OEPAC e la garanzia che ogni bambino possa ricevere l’assistenza di cui ha bisogno.
Il Governo non può scaricare sulle Regioni il peso delle proprie scelte finanziarie. La Regione Lazio, a sua volta, non può utilizzare quei vincoli come alibi per rinunciare a finanziare un servizio essenziale.
L’inclusione non è un favore. L’assistenza non è un lusso. La dignità del lavoro non è una concessione.
Sono diritti. E i diritti devono essere garantiti e finanziati.
Roberto Alicandri




