“Facciamo un gioco.
È una distopia, quindi rilassatevi
Facciamo finta.
Adori Trump, sei appena diventato Presidente del Consiglio in Italia e vuoi “mettere ordine”.
Come fai? Ragioni.
Donald usa l’ICE. L’Immigration and Customs Enforcement. Una polizia federale.
Negli Stati Uniti serve a una cosa precisa: dare al potere centrale una forza che risponde solo a lui e può muoversi ovunque.
Trump non l’ha inventata, l’ha solo potenziata.
Più soldi, più uomini, meno limiti.
E quando una forza così scende in strada, prima o poi qualcuno protesta.
E quando qualcuno protesta, la forza non media. Reprime.
Ora però sei in Italia.
E pensi: “Che mi faccio insegnare dagli americani? Il fascismo mica l’hanno inventato loro”.
Ti senti pure più raffinato.
Poi guardi la struttura dello Stato italiano e sorridi.
Qui non c’è una federazione.
Non ci sono Stati gelosi delle loro competenze.
Le Regioni non comandano la polizia.
Il comando è già centrale. Roma, non Washington.
Metà del lavoro è fatto.
Non ti servono i federali.
Poi capisci che ti serve il contorno.
Un paio di leggi fatte bene, meglio: dei decreti.
Niente di eclatante.
Parole giuste: sicurezza, decoro, ordine, legalità.
Qualcosa che allarghi un po’ i reati.
Qualcosa che renda le pene più rapide.
Qualcosa che trasformi il dissenso in disturbo, e il disturbo in pericolo.
Non dici “repressione”.
Dici “prevenzione”.
Così, quando mandi uomini armati in strada, non stanno “forzando”.
Stanno “applicando la legge”.
Poi però resta il vero problema.
Non le forze dell’ordine.
I giudici.
Perché la polizia può fermare, perquisire, arrestare, ma solo se qualcuno glielo ordina.
E quel qualcuno non sei tu.
È un pubblico ministero.
Ed è un giudice che controlla.
E questa cosa, a uno come te, dà fastidio.
Perché se vuoi usare lo Stato come una clava, non ti serve inventare una nuova polizia.
Ti serve togliere di mezzo chi può dire “no”.
Il pubblico ministero è esattamente quello.
È quello che decide dove guardare.
È quello che apre un’indagine.
È quello che può guardare in basso, ma anche verso l’alto.
Se è indipendente, è un problema.
Se dipende da te, diventa uno strumento.
Allora ragioni così, nella tua distopia.
Non dici “voglio controllare la magistratura”.
Dici “voglio separare le carriere”.
Non dici “voglio obbedienza”.
Dici “voglio efficienza”.
Sposti il PM sotto l’esecutivo.
Lo isoli, lo rendi dipendente dalla carriera, dalle direttive, dal clima politico.
E a quel punto la catena è perfetta.
Hai le leggi giuste.
Hai gli uomini giusti.
Hai il comando giusto.
Prima si colpiscono gli immigrati, perché è facile.
Poi chi protesta, perché “crea disordine”.
Poi i giornalisti, perché “soffiano sul fuoco”.
Poi gli avversari politici, perché “minano la stabilità”.
Non serve dirlo ad alta voce.
Succede da solo.
Ogni ordine è “legittimo”.
Ogni indagine è “necessaria”.
Ogni abuso è “un caso isolato”.
E quando qualcuno finisce schiacciato, la risposta è sempre la stessa:
“Se l’è cercata”.
Questa è la distopia.
Ed è una distopia credibile, perché non inizia con i carri armati.
Inizia con una riforma.
E con qualche legge fatta “per il bene di tutti”.
Poi c’è la realtà.
Il referendum non è una questione tecnica.
È una questione di potere.
Votare NO non significa difendere una categoria.
Significa impedire che lo Stato diventi un’arma contro una parte del Paese.
Perché quando chi comanda decide anche chi indaga, la democrazia è già finita.
Anche se continuiamo a chiamarla così.”
Piazza Civile
piazzacivile@gmail.com




