HomeAttualitàIl sospetto come reato: quando la sicurezza calpesta la Costituzione

Il sospetto come reato: quando la sicurezza calpesta la Costituzione

Nel decreto sicurezza al vaglio del governo compare una misura che dovrebbe far scattare più di un allarme: il fermo preventivo fondato sul sospetto, non su un fatto, non su un reato, ma su una valutazione anticipatoria di pericolosità. È un salto di qualità inquietante, perché non rafforza lo Stato di diritto: lo indebolisce.

Sia chiaro fin da subito: ogni forma di violenza va condannata senza esitazioni. La tutela dell’incolumità delle persone e dei beni è un dovere dello Stato e un interesse collettivo. Ma condannare la violenza non significa accettare qualsiasi compressione delle libertà fondamentali. Non è questo l’aut-aut che una democrazia può permettersi. La sicurezza non può diventare il pretesto per costruire una *società del controllo permanente*, dove il sospetto sostituisce il diritto.

L’articolo 13 della Costituzione è inequivocabile: la libertà personale è inviolabile, e ogni restrizione è ammessa solo per atto motivato dell’autorità giudiziaria e in presenza di casi tassativi. Il fermo basato sul sospetto scardina questo principio e introduce un’idea pericolosa: non conta ciò che hai fatto, conta ciò che qualcuno ritiene tu possa fare. Il sospetto diventa, di fatto, una colpa preventiva.

È una logica che l’Italia conosce bene. Durante il fascismo il fermo preventivo serviva a impedire il dissenso prima ancora che si manifestasse: oppositori, sindacalisti, “elementi pericolosi” venivano allontanati dalle città in occasione delle visite di Mussolini. A pensare male si potrebbe dire di riconoscere una certa continuità nei meccanismi repressivi, d’altronde è ciò che accade quando il potere decide di anticipare il conflitto anziché gestirlo democraticamente.

A essere colpito è un altro pilastro dello Stato di diritto: *la presunzione di innocenza*. Non sei più innocente fino a prova contraria, ma tollerato finché non rientri in una categoria sospetta. Una giustizia che non giudica fatti, ma profili. Che non accerta responsabilità, ma previsioni. Una giustizia da manuale orwelliano, non da democrazia costituzionale.

E che valore hanno, a questo punto, l’articolo 17 della Costituzione — il diritto di riunione pacifica — e l’articolo 21, la libertà di manifestazione del pensiero? Se chi *potrebbe* protestare può essere fermato prima ancora di farlo, quei diritti restano formalmente scritti, ma svuotati nella pratica.

C’è poi un aspetto che non può essere ignorato. La storia recente insegna che *infiltrare pochi violenti all’interno di grandi cortei pacifici* è sufficiente a produrre immagini ad effetto, titoli allarmistici, narrazioni emergenziali. Scene che oscurano migliaia di manifestanti pacifici e costruiscono l’idea di un Paese sull’orlo del caos. È legittimo, allora, domandarsi se dietro certe dinamiche non agisca — direttamente o indirettamente — *la mano di chi ha interesse a rilanciare una nuova “strategia della tensione”*, utile a giustificare restrizioni delle libertà, misure eccezionali e una progressiva torsione autoritaria del sistema.

Non si tratta di assolvere chi compie violenze, ma di riconoscere che *la violenza isolata diventa politicamente funzionale* quando viene usata per delegittimare il dissenso nel suo complesso. Ed è sempre il terreno ideale per spostare il baricentro del Paese più a destra, restringere spazi democratici, normalizzare l’idea che libertà e sicurezza siano incompatibili.

La verità è che non esiste una sicurezza neutra. Le misure fondate sul sospetto non colpiscono mai tutti allo stesso modo: colpiscono chi protesta, chi è marginale, chi è politicamente scomodo. Non i forti, ma i fragili. Non il potere, ma chi lo contesta.

Rifiutare la violenza non significa accettare una società in cui si è controllati, schedati, fermati in base a ciò che si pensa o si potrebbe fare. Tra il caos e l’autoritarismo esiste una terza via: *lo Stato di diritto*. Quando questa via viene abbandonata, non è la violenza a vincere. È la paura.

La Costituzione non è un ostacolo da aggirare nei momenti difficili. È il limite che impedisce al potere di trasformare l’emergenza in normalità. Dimenticarlo significa rinunciare, pezzo dopo pezzo, a quelle libertà che dovrebbero essere intoccabili. Anche — e soprattutto — quando fanno paura.

Roberto Alicandri

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