Viviamo nell’era del superamento del campo rom. Questo è il punto di vista dell’ultimo rapporto dell’Associazione 21 luglio – “Cento campi” – sulle Comunità rom e sinte e sui loro insediamenti formali e informali. Erano in Italia oltre 250 una quindicina di anni fa, oggi sono meno di cento, con una popolazione che si è ridotta a sole 10 mila unità. E’ così anche a Roma, dove le cosiddette “baraccopoli” sono 5 e dove vivono poco più 1.500 abitanti, una diminuzione negli anni di oltre il 70%.
E’ un cambio di scena importante che ha una storia.
Nel dopoguerra – ma già dall’Unità d’Italia – gli abitanti delle baraccopoli romane erano nella quasi totalità famiglie che provenivano dal sud del paese. Anche loro, nell’immaginario urbano, erano visti come “brutti, sporchi e cattivi”.
Dagli anni 80 e poi 90 del secolo scorso, con la fine della guerra fredda e le guerre nei Balcani, i campi sono rinati. Rom e sinti italiani di antica generazione si sono mescolati con cittadini che arrivavano dall’ex Jugoslavia e dai paesi dell’Est europeo.
Il lavoro di integrazione è diventato più complesso. Si è scontrato – si spiega nel rapporto – con un tipico meccanismo di costruzione del capro espiatorio: il sostegno dato alla propria identità, percepita in crisi, attraverso la creazione di un nemico. Nei secoli scorsi era accaduto con gli ebrei.
Oggi i Rom e i Sinti che vivono nei campi sono una minoranza rispetto alla loro intera comunità.
Nel Lazio le strutture sono tutte a Roma. Dal villaggio di Salviati, il più antico nato nel 1994 nel IV Municipio, a quello di Salone, l’ultimo, sorto nel 2006 oltre il Grande Raccordo Anulare.
Il loro futuro – nei progetti della stessa amministrazione capitolina – è quello di essere chiusi, sostituendoli con percorsi di inclusione.



