A rischio 23 mila imprese italiane che esportano i loro prodotti negli USA. Nell’immediato più inflazione e perdita netta di posti di lavoro
“È il giorno della liberazione”: Donald Trump ha esordito senza mezzi termini, mantenendo la minacciosa promessa di sollevare il sipario su aggressivi dazi verso tutti i partner degli Stati Uniti, rivali e alleati. La formula, più drastica di quanto atteso da molti operatori, prescrive il 10% minimo su pressochè tutto l’import negli Usa. E tariffe molto più elevate, doppie, triple e fino a sfiorare il 50%, per una sessantina di paesi considerati i più sleali nell’interscambio, una lista nera che va dall’Unione Europea al Giappone, dalla Corea del Sud alla Cina.
La mossa rappreenta un duro colpo ai rapporti economici internazionali, che potrebbe innescare escalation di guerre commerciali e che ha subito scosso Wall Street: nel dopo mercato e nella notte i future legati all’indice Dow Jones hanno mostrato perdite del 2,5%, quelli sull’S&P 500 del 3,6% e sul Nasdaq di quasi il 5 per cento. Citigroup ha definito la manovra molto superiore a quella attesa dagli operatori e dagli analisti, in grado a conti fatti di portare le tariffe medie effettive statunitensi oltre il 25% contro un previsto 10 per cento.
L’Unione Europa viene colpita da dazi del 20%, la Cina dal 34 per cento. I dazi base scatteranno dal 5 aprile, quelli maggiorati dal 9 aprile, calcolati secondo Washington in modo proporzionale e stando a Trump sarebbero circa la metà rispetto alle barriere tariffarie e non tariffarie applicate ai danni del made in Usa. Numerosi esperti e critici denunciano come soggettivi e infondati quei calcoli della Casa Bianca.
Le imposte entreranno «in vigore da subito» e rischiano di costare caro all’Italia. Proprio la forza del made in Italy negli Stati Uniti, dove vengono realizzate oltre il 10% delle esportazioni nazionali, potrebbe trasformarsi, infatti, in un boomerang. L’Italia è, secondo molte analisi, tra i Paesi europei più esposti alla stretta commerciale imposta da Washington, insieme alla Germania. A rischio migliaia di imprese italiane e relativi posti di lavoro in molti settori trainanti.
Il Presidente ha promesso che simili dazi “porteranno l’età dell’oro”, rilanceranno il “sogno americano” e “genereranno miliardi di miliardi di dollari per ridurre le nostre tasse e il nostro debito”, parlando davanti a una sfilza di bandiere a stelle e strisce. “Rimettiamo l’America First” e rendiamo l’America di nuovo ricca. “Make America Wealthy Again”, ha detto.
Gli economisti prevedono al contrario nell’immediato inflazione e perdita netta di posti di lavoro, se non una vera e propria recessione, mentre ipotesi di reindustrializzazione appaiono molto più fragili e distanti, dato che occorrono anni e certezze oggi inesistenti per eventuali vere riorganizzazioni di enormi e complesse catene di produzione e fornitura, che vadano al là di annunci d’immagine o di isolati nuovi investimenti. Gran parte degli analisti concorda che i dazi siano uno stumento sia inefficiente che inefficace di politica industriale, con molti più rischi che benefici.