Storie
I mille dispersi segnalati tra Sfax e Lampedusa: l’Italia “tace
di Emilio Drudi
Oltre mille migranti dispersi in mare su decine di barche scomparse lungo la rotta tra la costa tunisina orientale e Lampedusa tra il 14 e il 24 gennaio, in coincidenza con il ciclone Harrys che ha investito il Mediterraneo dalla costa settentrionale africana fino alla Sicilia, la Calabria e la Sardegna. Se confermata, sarebbe la più vasta e terribile strage mai registrata nel Mediterraneo.
Lo ha denunciato, usando il condizionale, la Ong Refugees in Libya, che ha citato come fonte le comunità di migranti costrette nei numerosi attendamenti situati nella “zona degli ulivi”, lungo il litorale a nord di Sfax. Ed è eloquente che sia proprio questa la fonte: tra quelle baracche si vive delle notizie su chi tenta di attraversare le 60 miglia di Mediterraneo fino a Lampedusa. Per quanto estremamente precari, questi insediamenti costituiscono infatti, tutti insieme, una sorta di “città diffusa dell’emigrazione”, dove si incrociano speranza e disperazione. Ad abitarla è una umanità proveniente da tutta l’Africa subsahariana: migranti che avevano una casa “normale” a Sfax o in altri centri urbani ma ne sono stati scacciati; migranti arrivati in quelle baracche come ultima tappa prima di riuscire a imbarcarsi; migranti che, intercettati sulla rotta per Lampedusa, riportati indietro e magari anche deportati nel deserto, sono riusciti a ritornare sulla costa con l’idea di tentare una nuova traversata… In gran parte questa “migrantopoli” è sorta rapidamente, quasi di colpo, a partire dal 2023, in seguito alla violenta repressione contro tutti i subsahariani presenti nel paese, spesso venata di xenofobia e razzismo, che il governo del presidente Kais Saied ha scatenata, forse non per caso, quasi in concomitanza con gli accordi stipulati con l’Italia e l’Unione Europea per contrastare i flussi in partenza dalla Tunisia che, in continua crescita ormai da anni, negli ultimi mesi risultano pari ed anzi spesso superiori a quelli dalla Libia.
I campi che alimentano questi flussi sono essenzialmente 9. Si trovano lungo la strada di 65 chilometri tra Sfax e Chebba, a breve distanza dal litorale, all’altezza dei chilometri 19, 21, 25, 27, 30, 33, 35 e 38.
Secondo le notizie raccolte da Refugees in Libya, le barche partite dal 14/15 gennaio in poi sarebbero almeno 24. Forse qualcuna di più. Tutte o quasi scafi in metallo “a perdere” di 7/8 metri: carrette quanto mai precarie e instabili, con motori fuoribordo di scarsa potenza, costruite appositamente dai trafficanti in cantieri clandestini per una sola traversata, con a bordo fino a 50/55 persone e comunque quasi mai meno di 40. In particolare
– 10 barche dalla costa tra i chilometri 19 e 21. Di queste “spedizioni”, almeno 5 sono attribuite a un solo trafficante, noto come Mohamed Mauritania”
– 7 dal chilometro 30
– 7 dal tratto compreso tra i chilometri 33 e 38
Del gruppo di barche salpate dai chilometri 19-21 una risulta arrivata in Italia: dovrebbe essere quella intercettata il 22 gennaio con a bordo un giovane in stato critico, morto subito dopo lo sbarco, e due gemelline di appena un anno cadute fuoribordo e disperse in mare prima dell’arrivo dei soccorsi.
Del gruppo tra i chilometri 33 e 38 una è rientrata in Tunisia, approdando nella zona di Madhia (circa 100 chilometri a nord di Sfax) dove, allo sbarco, i migranti a bordo sono stati intercettati dalla polizia e arrestati.
Pur tenendo conto di queste due barche “rintracciate”, a una media di circa 50 (o anche un po’ meno a barca) per ciascuna delle altre 22 scomparse, si arriva appunto al totale di oltre 1.000 (mille) persone indicate come disperse in mare, tra cui numerose donne e tanti bambini.
Secondo fonti di Refugees in Tunisia, la Ong “sorella” di Refugees in Libya, le barche partite nello stesso periodo dalla costa di Sfax sarebbero due in più, 26 in totale, di cui un gruppo di 5 da una località, 10 da una zona più a nord, 6 da un altro tratto di litorale e ancora 5 con 180 persone . La discrepanza tra i due rapporti – avvertono le due Ong – deriva dal fatto che non esiste un “sistema centrale che registri le partenze, gli eventuali naufragi, le vittime, i ritrovamenti…”. In ogni caso, aggiungono, i due rapporti “non si annullano a vicenda ma indicano un’unica realtà: la portata del fenomeno supera quella riconosciuta ufficialmente”. E fanno notare, a conferma, che i superstiti della barca approdata a Madhia, ad esempio, hanno riferito di aver assistito almeno a un naufragio prima di decidere di invertire la rotta per rientrare in Tunisia.
Può sorprendere la partenza di un numero così elevato di barche nell’arco di una sola settimana o poco di più, tenendo conto che in media nell’arco di sette giorni non arrivano dalla Tunisia a Lampedusa più di 6-7 barche. Ma Refugee in Libya ha una spiegazione. Nella prima metà di gennaio la polizia ha condotto nella “zona degli Ulivi” tutta una serie di raid violentissimi hanno distrutto numerosi attendamenti, in ciascuno dei quali avevano trovato rifugio centinaia di migranti, non risparmiando neanche le strutture delle infermerie realizzate e gestite da un medico volontario, il dottor Ibrahim, inssieme ad altri operatori sanitari. Ne è nato un clima di paura che ha spinto moltissimi a cercare un imbarco a ogni costo e il più presto possibile, nonostante il maltempo, con il terrore, altrimenti, di essere deportati a sud, nel deserto, e finire magari nel giro del traffico di esseri umani che, come è emerso ormai da mesi, sarebbe gestito da agenti della polizia tunisina in combutta con miliziani libici in servizio nel centro di detenzione di Al Assah, situato a pochi chilometri dalla linea di confine tra Tunisia e Libia.
Le notizie diffuse dalle due Ong di rifugiati, benché tutte al condizionale, sono state rilanciate dalla Ong italiana Mediterranea e riprese poi all’inizio del mese di febbraio dai principali media nazionali. Sempre al condizionale. Ma pur non essendoci alcuna certezza sui dati, diversi elementi inducono a credere che il rapporto di Refugees in Libya abbia un fondamento concreto, in dimensioni che si avvicinano al terribile bilancio di morte segnalato.
1 – Il 24 gennaio un dispaccio Sar diffuso dalla centrale Mrcc italiana, scoperto e fatto conoscere dal giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura, ha riferito di 8 barche, con a bordo 380 persone, scomparse tra il 14 e il 21 gennaio, in modo da allertare, per eventuali avvistamenti e soccorsi, tutte le navi in transito nella zona tra la Tunisia e Lampedusa. In particolare, 4 barche risultano salpate mercoledì 14 (uno scafo in ferro con 36 tra donne e uomini alle 20; un gommone alle 21 con 42 a bordo; sempre alle 21 altri 2 scafi in ferro rispettivamente con 53 e 45 persone.); una barca con 45/50 persone il 18 gennaio tra le 18 e le 19; 51 su uno scafo in ferro il 20 gennaio alle ore 01; 54 su un natante (non è specificato se in legno o in metallo) il 20 gennaio; 49 su uno scafo in ferro il 21 gennaio alle ore 02.
2 – Il 24 gennaio la nave cisterna maltese Arrow Star ha recuperato nelle acque della zona Sar maltese, a sud di Lampedusa, aggrappato da ore a un relitto, Ebrima Conteh, un migrante proveniente dalla Sierra Leone, unico superstite del naufragio di una barca partita tra il 21 e il 22 dalla costa a nord di Sfax. Si è ipotizzato che questa barca affondata potrebbe essere una di quelle segnalate dalla centrale operativa (Imrcc) della Guardia Costiera italiana. La provenienza (la costa orientale della Tunisia) coincide, ma sembrano non collimare alcuni elementi, come il numero delle persone a bordo (almeno 51 secondo quanto ha dichiarato Ebrima Conteh) e la data della partenza che (specie se si tratta del giorno 22) sembra posteriore all’ultima partenza segnalata dal dispaccio Sar diffuso da Mrcc Italia proprio il giorno del salvataggio, sabato 24 gennaio
3 – Il 22 gennaio è stata soccorsa a sud ovest di Lampedusa la barca con un giovane ormai morente e dalla quale sono scomparse nel mare in tempesta due gemelline, cadute fuoribordo dopo essere sfuggite all’abbraccio della mamma.
E’ confermato da dati “ufficiali” e provati, dunque, che almeno 10 barche sono partite dalla costa a nord di Sfax tra il 14 e il 21/22 gennaio. In particolare:
1 – La barca delle due gemelline rientra nella “lista” delle 24 segnalate da Refugees in Libya ma sicuramente non in quella del dispaccio Sar, visto che il soccorso è avvenuto in data antecedente.
2 – La barca affondata nelle acque della zona Sar maltese verosimilmente non rientra tra le 8 segnalate dalla Guardia Costiera italiana, visto che il salvataggio dell’unico superstite è stato effettuato quasi in contemporanea, ma fa parte sicuramente di quelle indicate da Refugees in Libya.
3 – Le 8 barche del dispaccio Sar sicuramente sono da ricollegare alle 24 segnalate come disperse da Refugees in Libya.
Ne consegue che ha fondamento la denuncia della scomparsa di “un gran numero di barche” salpate dalla metà di gennaio che hanno lanciato sia Refugees in Libya sia Refugees in Tunisia, anche se con dati numerici che non sempre coincidono. Resta da stabilire, se possibile, esattamente quante imbarcazioni siano eventualmente partite oltre alle 10 di cui si ha la certezza con a bordo complessivamente 480 migranti: una cinquantina tratti in salvo e sbarcati a Lampedusa il giorno 22 e ben 430 (ovvero 380 più 50) scomparsi in mare in aggiunta alle 3 vittime (le gemelline e il ragazzo) dell’unico natante arrivato.
E’ la dimostrazione evidente che la segnalazione fatta dalle due Ong ha una base concreta: si tratta “solo” di stabilire il numero esatto delle barche salpate nell’arco degli otto giorni che vanno dal 14 al 21, avendo come base, come cifra minima, le 8 indicate dal dispaccio Sar italiano fino al massimo di 26 segnalato da Refugees in Tunisia. Ovvero, in quella settimana sconvolta dal ciclone Harrys, è certamente accaduto qualcosa di terribile sulla rotta tra la Tunisia e Lampedusa. L’unico interrogativo riguarda il numero delle vittime: si va dal minimo accertato di 433 alle oltre 1.000 che risultano nelle relazioni delle due Ong.
Si tratta di una delle più pesanti stragi di migranti mai registrate da sempre. Se i dati forniti da Refugees in Libya saranno confermati anche solo in parte, la più pesante in assoluto. Per l’Italia, una strage “sotto casa”, sulla rotta dalla Tunisia il cui governo, dopo gli accordi stipulati nel 2023 (che comportano finanziamenti e fornitura di navi, mezzi terrestri, assistenza tecnica, ecc. da parte italiana e della Ue), è il partner forse più importante del governo di Roma nella politica migratoria, soprattutto per gli interventi di “dissuasione” e contenimento dei flussi, a prescindere dalla sorte che questa scelta assai spesso comporta per le persone migranti in termini di rischi gravissimi, di morti, di violazione dei diritti fondamentali, di mancato rispetto del diritto internazionale e della “legge del mare”. Appare necessario, allora, ricostruire nella maniera più esauriente possibile quanto è accaduto, con due iniziative:
1 – Una inchiesta approfondita che chiami in causa anche il ministero dell’Interno e quello delle Infrastrutture, i più diretti “gestori” della politica migratoria
2 – Pretendere dal Governo tunisino che, interrompendo il silenzio assoluto osservato su questa come su altre tragedie vissute dai profughi/migranti, accerti quante barche siano partite sulla rotta per Lampedusa tra il 14 e il 21/22 gennaio e che chiarisca non solo quanto è accaduto nel corso dei raid condotti nelle prime due settimane del 2026 contro gli insediamenti “improvvisati” dei migranti sulla costa di Sfax (raid denunciati come causa diretta del moltiplicarsi delle partenze, subito dopo, di barche stracariche di persone terrorizzate) ma anche cosa accade quotidianamente nella “zona degli ulivi” da quando, nel 2023, è stato firmato l’accordo sul contenimento dei flussi migratori. In questi anni, infatti, si sono registrate decine di denunce di violenze, soprusi, devastazioni, arresti, deportazioni, pestaggi e persino di un traffico di giovani subsahariani – donne e uomini catturati a terra o bloccati in mare sui barconi – imputato a elementi della polizia tunisina d’intesa con miliziani libici. Continuare a ignorare o comunque a rimanere indifferenti rende l’Italia complice di questo inferno. Oltre che delle morti dei disperati che cercano di salvarsi affidando la propria vita alle carrette dei trafficanti.
*Nella foto: l’equipaggio della Arrow Star recupera l’unico superstite del naufragio di una delle barche salpate dalla Tunisia dopo la metà di gennaio (da Refugees in Libya)
fonte: https://nuovidesaparecidos.net/




