Nel lessico politico di Donald Trump, il diritto internazionale non è mai stato un pilastro dell’ordine globale, ma piuttosto uno strumento opzionale, da utilizzare solo quando coincide con l’interesse nazionale degli Stati Uniti. Fin dalla sua prima campagna presidenziale, l’ex presidente ha messo in discussione l’idea stessa di un sistema multilaterale fondato su regole condivise, proponendo una visione alternativa incentrata sulla sovranità assoluta degli Stati e su rapporti di forza espliciti.
Il principio cardine del “trumpismo” in politica estera è lo slogan America First, che implica una lettura fortemente selettiva del diritto internazionale. Trattati, Organizzazioni e norme non vengono considerati vincoli giuridici stabili, ma accordi reversibili, subordinati alla convenienza economica e strategica immediata. In questa prospettiva, il diritto internazionale perde la sua funzione di cornice regolativa e diventa una variabile negoziale.
Durante la sua presidenza, Trump ha manifestato più volte diffidenza verso le Istituzioni multilaterali. Ha criticato l’ONU come inefficiente e sbilanciata, ha ritirato gli Stati Uniti da accordi chiave come quello di Parigi sul clima e dal Joint Comprehensive Plan of Action sul nucleare iraniano, e ha mostrato scarso rispetto per il ruolo della Corte Penale internazionale, arrivando a imporre sanzioni contro suoi funzionari. Tutte scelte coerenti con una visione che rifiuta l’idea di un’autorità giuridica sovranazionale capace di limitare l’azione americana.
Nel pensiero di Trump, il diritto internazionale è spesso associato a una perdita di sovranità. Le norme condivise vengono percepite come costrizioni imposte da élite globali o da alleati “approfittatori”, piuttosto che come strumenti di stabilità collettiva. Ne deriva una concezione fortemente bilaterale delle relazioni internazionali, in cui il peso economico, militare o politico degli Stati Uniti diventa il principale criterio di legittimità.
Questa impostazione segna una rottura rispetto alla tradizione americana del secondo dopoguerra, che aveva visto Washington come promotrice – seppur spesso in modo selettivo – dell’ordine giuridico internazionale. Trump ribalta quella narrativa: non più garante delle regole, ma attore che le sfida apertamente se considerate sfavorevoli. In questo senso, il suo approccio si avvicina a una forma di realismo radicale, dove il diritto segue la forza e non il contrario.
Le conseguenze di questa visione sono state significative. Da un lato, ha rafforzato l’idea che le grandi potenze possano ignorare le norme internazionali senza pagare costi politici rilevanti, contribuendo a un processo di erosione della legalità globale. Dall’altro, ha legittimato atteggiamenti simili da parte di altri leader, alimentando un contesto internazionale più instabile e frammentato.
Per i sostenitori di Trump, questa concezione rappresenta un salutare ritorno al pragmatismo: meno idealismo, più interesse nazionale. Per i critici, invece, è un attacco diretto alle basi del diritto internazionale come sistema condiviso, capace di limitare l’arbitrio dei più forti e di offrire protezione ai più deboli.
In definitiva, il “diritto internazionale secondo Trump” non è un insieme di principi universali, ma un campo di battaglia politico. Un diritto condizionale, flessibile, spesso sacrificabile, che riflette una visione del mondo competitiva e gerarchica. Una visione che continua a influenzare il dibattito globale, ben oltre la fine del suo mandato.
Eduardo Saturno




