Quando abbiamo smesso di indignarci?
Come si può accettare che un esponente politico usi la parola “rastrellamento” parlando dell’impiego dell’esercito nelle nostre città senza che si sollevi un’ondata di indignazione generale?
Ma davvero siamo arrivati a questo?
“Rastrellamento” non è una parola qualsiasi. Nella storia italiana significa uomini e donne prelevati dalle loro case, delatori, quartieri chiusi, persone inseguite perché ebree, partigiane, antifasciste, oppositrici politiche, disabili, rom e sinti. Significa una popolazione trasformata in un bersaglio.
Significa anche la notte del 16 ottobre 1943, quando a Roma le forze naziste, con l’aiuto dei fascisti, rastrellarono il Ghetto: più di mille ebrei furono arrestati e deportati ad Auschwitz. Tornarono in pochissimi.
E allora com’è possibile che, a meno di un secolo di distanza, quella parola possa tornare tranquillamente nel linguaggio politico italiano?
Il problema non è soltanto la parola. È tutto ciò che le sta intorno.
È il tono da cinegiornale dell’Istituto Luce. È l’idea di quartieri descritti come “metastasi” da estirpare. È la rappresentazione di una società nella quale esistono persone da controllare, territori da bonificare, nemici da individuare e la forza come risposta naturale.
E poi ci sono le altre proposte, quelle che mettono in discussione principi fondamentali della nostra democrazia, dell’uguaglianza, dei diritti e della dignità della persona.
Possiamo discutere, naturalmente. In democrazia si deve poter discutere di tutto. Ma una democrazia sana deve anche possedere gli anticorpi per riconoscere quando il linguaggio politico comincia a spostare pericolosamente il confine di ciò che siamo disposti ad accettare.
Perché è così che comincia.
Prima cambiano le parole. Poi cambiano le categorie. Poi qualcuno diventa un problema, una minaccia, qualcosa da allontanare, da “ripulire”, da “eliminare” da “remigrare“.
Non sono passati nemmeno cent’anni.
Eppure ci siamo già abituati.
Ci siamo abituati alle parole violente, alla disumanizzazione, alla divisione tra “noi” e “loro”. Ci siamo abituati talmente tanto che persino una parola come “rastrellamento” può essere pronunciata da un politico, Vannacci, senza che il Paese si fermi per un momento a chiedersi che cosa stia succedendo.
Ed è forse questo il punto più inquietante.
Non soltanto che qualcuno abbia spalancato la porta ai mostri del passato. Ma che noi abbiamo smesso di riconoscerli quando li vediamo arrivare.
E forse è proprio questo che dobbiamo chiederci: quando è successo che abbiamo smesso di indignarci e, come naturale conseguenza, di resistere a tutto questo?
Roberto Alicandri




