di Eduardo Saturno
Negli ultimi anni molti Comuni hanno investito milioni di euro nell’installazione di sistemi di videosorveglianza, spesso finanziati con fondi statali o regionali destinati alla sicurezza urbana. Le telecamere sono ormai presenti in piazze, strade, scuole, impianti sportivi, parchi, edifici pubblici e principali arterie cittadine.
Ma una domanda merita di essere posta: esiste un limite oltre il quale il numero delle telecamere diventa sproporzionato rispetto alle reali esigenze di sicurezza?
La normativa italiana ed europea non stabilisce un numero massimo di telecamere installabili. Stabilisce però un principio molto più importante: ogni impianto deve essere necessario, proporzionato e giustificato da esigenze concrete. Il Garante per la protezione dei dati personali ha più volte ribadito che le telecamere non possono essere collocate semplicemente”per dare un senso di maggiore sicurezza”o per ragioni di immagine. Devono essere precedute da una valutazione oggettiva del rischio e rappresentare una misura realmente necessaria.
La questione diventa ancora più delicata quando un Comune continua ad ampliare la rete di videosorveglianza senza rendere pubblici dati che dimostrino la reale efficacia del sistema. Quanti reati sono stati effettivamente prevenuti? Quante indagini sono state risolte grazie ai filmati? Quanto costa annualmente la manutenzione degli impianti? Sono domande alle quali i cittadini hanno diritto di ottenere una risposta.
Un altro aspetto riguarda l’impiego delle risorse pubbliche. Impiantare centinaia di telecamere comporta investimenti consistenti non soltanto per l’acquisto degli apparati, ma anche per collegamenti in fibra, centrali operative, software, server di archiviazione, assistenza tecnica e sostituzione delle apparecchiature obsolete. Se tali investimenti non sono accompagnati da indicatori di risultato, il rischio è che la videosorveglianza diventi un costo permanente senza un’effettiva verifica dei benefici.
Esiste poi il tema della libertà personale. Una presenza capillare di telecamere può generare nei cittadini la sensazione di essere costantemente osservati. Per questo motivo il Garante richiama il principio di proporzionalità, secondo cui le riprese devono essere limitate allo stretto necessario, evitando raccolte di dati eccedenti rispetto alle finalità perseguite.
La trasparenza rappresenta il vero banco di prova. Ogni Amministrazione dovrebbe pubblicare il numero degli impianti installati, la loro ubicazione generale, i criteri utilizzati per la scelta dei siti, i costi sostenuti, i tempi di conservazione delle immagini e gli obiettivi raggiunti. Solo così i cittadini possono valutare se l’espansione della videosorveglianza risponda a una reale strategia di sicurezza oppure costituisca prevalentemente uno strumento di rassicurazione politica.
La tecnologia può essere un prezioso alleato delle forze dell’ordine, ma non sostituisce il controllo del territorio, la prevenzione sociale, l’illuminazione urbana, il recupero delle aree degradate e la presenza costante degli operatori di sicurezza.
La domanda finale rimane aperta: una città è più sicura perché installa sempre più telecamere oppure perché utilizza in modo intelligente quelle realmente necessarie? La risposta non può basarsi sul numero degli occhi elettronici puntati sulle strade, ma sui risultati concreti ottenuti e sul rispetto dell’equilibrio tra sicurezza, libertà individuali e corretta gestione delle risorse pubbliche.
Ad Anzio e Nettuno, tanto per citare i due Comuni più vicini a noi, come siamo messi in questo senso?
Fonte immagini: Altvelox.it




