Rubrica cura della maestra Giorgia Costantini
Accogliere la fatica di un figlio significa anche trovare il coraggio di vedere ciò che ci preoccupa.
«Mamma, non ce la faccio».
La scuola è entrata a pieno regime e questa frase, in tante case, accompagna il momento dei compiti. Un quaderno aperto, una matita tra le dita, qualcosa da leggere o da ricordare. Poi la stanchezza, la protesta, a volte il pianto.
Può essere una giornata difficile. Può esserci il desiderio di giocare ancora, una richiesta di attenzione, il bisogno di avere la mamma accanto. Succede, e fa parte della quotidianità di tante famiglie.
Ma c’è sempre un ma.
Quando quella frase ritorna, quando il pianto si ripete e ogni pomeriggio diventa una battaglia, fermiamoci un momento. Forse nostro figlio sta provando a raccontarci qualcosa per cui non possiede ancora le parole.
E noi siamo pronti ad ascoltarlo?
Ci sono difficoltà che fatichiamo a riconoscere proprio perché riguardano le persone che amiamo di più. Le vediamo, le intuiamo, ma speriamo che domani scompaiano. «È ancora piccolo». «È soltanto pigro». «Quando vuole, sa fare tutto». «Deve solo impegnarsi di più».
A volte lo diciamo per rassicurarci. Altre perché abbiamo paura di ciò che potrebbe esserci dietro. Temiamo un’etichetta, un percorso complicato, lo sguardo degli altri. E così rimandiamo una domanda, un colloquio, un approfondimento.
Non significa amare poco un figlio. Anche la paura nasce dall’amore. Ma può accadere che, nel tentativo di proteggerlo da una difficoltà, finiamo per lasciarlo solo ad affrontarla.
Intanto lui continua a provarci. Cancella, ricomincia, perde il filo. Guarda la pagina e poi guarda noi. Se sente ripetere che è tutto facile, può cominciare a chiedersi perché per lui sia tanto difficile.
La voglia di scoprire e di sapere accompagna la crescita. La incontriamo nelle mille domande dei bambini, nei loro esperimenti, nel desiderio di capire come funziona il mondo. Eppure anche un bambino curioso può spegnersi davanti a una richiesta scolastica che sente troppo grande.
Quando compaiono stanchezza, demotivazione e pianto, chiediamoci che cosa stia succedendo. Non ogni fatica nasconde un disturbo, ma ogni fatica che si ripete merita di essere compresa.
I compiti non dovrebbero essere una montagna da scalare ogni giorno. Se nostro figlio li vive così, proviamo a guardare quella montagna dalla sua altezza.
Non basta aver imparato a leggere. La scuola richiede di comprendere, mantenere l’attenzione, ricordare informazioni, organizzare il lavoro, risolvere problemi, coordinare i gesti della scrittura. Sono competenze diverse, che non crescono tutte allo stesso modo e con gli stessi tempi.
Un bambino può raccontare storie bellissime e faticare a scriverle. Può capire un ragionamento e smarrirsi nei passaggi di un esercizio. Può sapere che cosa vorrebbe fare e non riuscire a portarlo a termine. Quella distanza tra ciò che sa e ciò che riesce a mostrare può essere molto dolorosa.
Per questo è importante parlare con le maestre.
Chiediamo se osservano difficoltà anche a scuola, raccontiamo ciò che accade a casa, ascoltiamo ciò che hanno da dirci. Può essere faticoso sentir nominare una fragilità del proprio figlio. Possiamo aver bisogno di tempo per accoglierla. Proviamo però a lasciare aperto il dialogo, anche quando le parole ricevute ci preoccupano.
La scuola è il ponte tra noi e il suo futuro, dove nostro figlio sta imparando a camminare sulle proprie gambe. Quel ponte ha bisogno della fiducia e della collaborazione degli adulti che lo accompagnano.
Osservare non significa cercare a tutti i costi un problema. Significa concedersi la possibilità di vederlo, se c’è.
Ben vengano, allora, gli strumenti che aiutano a comprendere come un bambino apprende e dove incontra ostacoli. Non spetta a noi sostituirci alle figure competenti. Possiamo però raccogliere osservazioni, fare domande e, quando necessario, confrontarci con il pediatra e con professionisti qualificati.
Un eventuale approfondimento può spaventare. Ma riconoscere una difficoltà permette di cercare un aiuto adeguato. Il nostro bambino rimane lui: con la sua curiosità, il suo umorismo, i suoi desideri, le sue possibilità. Una difficoltà di apprendimento non esaurisce ciò che è e ciò che potrà diventare.
Forse il passaggio più delicato, per noi genitori, è proprio questo: accogliere il figlio che abbiamo davanti, anche quando la sua strada è diversa da quella che avevamo immaginato.
Possiamo farlo un passo alla volta. Senza colpevolizzarci, senza colpevolizzarlo. Con la disponibilità a cambiare sguardo e a chiedere aiuto.
Perché davanti a un «Mamma, non ce la faccio» nostro figlio ha bisogno di sentirsi creduto. Ha bisogno di sapere che la sua fatica può essere raccontata, anche quando ci preoccupa.
«Ti vedo. Ti ascolto. Cerchiamo insieme ciò che può aiutarti».
«A volte, per aiutare un figlio a credere in sé, dobbiamo trovare il coraggio di credere alla sua fatica».
— Giorgia Costantini




