Rubrica a cura della maestra Giorgia Costantini
Dall’“esame di coscienza” alla consapevolezza di sé: aiutare i bambini a conoscersi, assumersi le proprie responsabilità e scegliere chi diventare.
Un tempo lo chiamavamo “esame di coscienza”. Era un invito a ripensare alla giornata, ai gesti compiuti, alle parole dette e a quelle che avremmo potuto risparmiare. Oggi possiamo parlare di riflessione su di sé, di consapevolezza, di capacità di guardarsi dentro. Cambiano le parole, ma resta una domanda educativa preziosa: quanto spazio concediamo ai nostri bambini per imparare a conoscersi?
Chiediamo loro come è andata a scuola, se hanno finito i compiti, quale voto hanno preso. Sono domande che appartengono alla quotidianità. Accanto a queste, però, potremmo provare ad aprire un altro dialogo: «Oggi, quando ti sei sentito bene con te stesso? C’è stato qualcosa che ti ha fatto paura? Hai fatto un gesto di cui sei contento? C’è qualcosa che vorresti fare diversamente?».
Sono domande da abitare insieme, lasciando anche il tempo di non saper rispondere.
Guardarsi dentro richiede sincerità. Significa riconoscere le proprie capacità e accorgersi anche delle parti di sé che si fa più fatica ad accettare: l’invidia per un compagno, il bisogno di avere sempre ragione, la rabbia quando si perde, la tentazione di escludere qualcuno per sentirsi più forti.
Anche i bambini incontrano queste emozioni e questi desideri. Hanno bisogno di adulti capaci di ascoltarli senza scandalizzarsi e di aiutarli a distinguere ciò che sentono da ciò che scelgono di fare. Posso provare gelosia per un amico; ferirlo o umiliarlo è un’azione della quale devo imparare ad assumermi la responsabilità.
È qui che l’educazione può farsi profonda: quando offre parole per comprendere e strumenti per cambiare.
Un bambino che ha sbagliato ha bisogno di poter osservare il proprio errore senza sentirsi interamente definito da quell’errore. «Hai fatto male a qualcuno» lascia aperta la possibilità di capire, riparare, scegliere diversamente. «Sei cattivo» rischia di chiuderla dentro un’etichetta.
Possiamo accompagnarlo con domande concrete: «Che cosa è successo? Che cosa volevi ottenere? Come pensi si sia sentito l’altro? Adesso che cosa puoi fare?». L’obiettivo è aiutarlo a costruire un pensiero sulle proprie azioni, oltre il timore della punizione e il desiderio di compiacere l’adulto.
Questo esercizio riguarda anche le risorse. Guardarsi dentro significa scoprire di essere stati coraggiosi, pazienti, generosi. Accorgersi di aver chiesto aiuto quando serviva, di aver accolto un compagno, di aver insistito davanti a una difficoltà. Conoscersi richiede uno sguardo intero, capace di vedere ciò che possiamo migliorare e ciò su cui possiamo contare.
È questo lo stile educativo in cui credo: insegnare a Essere, anziché vivere soltanto nel dover essere. Accompagnare ciascun bambino a riconoscere la propria voce, a confrontarsi con gli altri e a trovare un equilibrio tra i propri bisogni e le richieste del mondo.
E quell’asticella da spostare verso l’alto? Possiamo darle il significato di una responsabilità che cresce: una parola più attenta, un errore riconosciuto, una scusa sincera, un gesto riparato. Ci saranno giornate difficili e passi indietro. Anche questi meritano comprensione e pensiero.
A noi adulti spetta rendere visibile questo cammino. Dire «ho esagerato», «mi sono accorta di aver sbagliato», «proverò a fare meglio» dà credibilità a ciò che insegniamo.
Educare a guardarsi dentro è offrire, fin dall’infanzia, occasioni per esercitare consapevolezza e responsabilità. Nella speranza che i nostri piccoli diventino adulti capaci di riconoscersi, interrogarsi e orientare le proprie scelte.
«A noi spetta il compito di migliorare ogni giorno e di insegnarlo agli altri.»
Giorgia Costantini




