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Pedagogia in Gioco, Dopo le zucche, un fiore

Pedagogia in GioCo
Rubrica pedagogica a cura della maestra Giorgia Costantini

Accompagnare i bambini tra le paure con cui si può giocare e le assenze che possiamo imparare a raccontare.

In questi giorni abbiamo riempito la classe di ragnatele, ragni e zucche. I bambini sono arrivati mascherati, felici di trasformarsi per qualche ora in personaggi spaventosi. Mio marito si è divertito a intagliare una zucca per loro e, tra sorrisi e attività “mostruose”, abbiamo festeggiato Halloween.

Poi ho rivolto ai miei alunni un invito diverso: portare un fiore al cimitero. Un crisantemo.

Due gesti vicini nel calendario, ma differenti nel significato. Da una parte le maschere, il gioco, il piacere di fare un po’ paura. Dall’altra un fiore, un ricordo, il nome di qualcuno che non c’è più.

E, in mezzo, i nostri bambini. Con le loro domande e con quel modo di attraversare la vita che spesso ci sorprende: capaci di ridere davanti a uno scheletro di cartone e, poco dopo, di chiederci con grande serietà che cosa significhi morire.

Halloween, questa festa arrivata anche da noi e tanto desiderata dai piccoli, può offrire un’occasione per giocare con alcune paure. Un mostro prende una forma, si può disegnare, indossare, riconoscere dietro il viso di un compagno. Qualcosa che spaventa può diventare, per un momento, parte di un gioco condiviso.

Naturalmente non vale per tutti allo stesso modo. C’è chi ama mascherarsi e chi preferisce osservare, chi ride di un ragno finto e chi desidera tenerlo lontano. Anche qui possiamo accompagnare senza forzare: nessuno deve dimostrare di essere coraggioso divertendosi con ciò che lo mette a disagio.

Ma dopo le zucche arriva un fiore. E il nostro compito cambia.

La commemorazione dei defunti ci avvicina a un’assenza reale, a persone che abbiamo amato e che ci mancano. Qui può essere più difficile trovare le parole. Siamo noi adulti, qualche volta, ad abbassare la voce, a cambiare discorso, a pensare: «È troppo piccolo, avrà tempo per sapere».

È un desiderio di protezione che comprendo profondamente. Vorremmo risparmiare ai nostri figli tutto ciò che fa male. Eppure i bambini incontrano le assenze, ascoltano i discorsi, osservano un posto vuoto a tavola o gli occhi lucidi di chi li accompagna.

Il nostro silenzio non sempre li protegge. A volte lascia loro il compito di immaginare una spiegazione.

Possiamo allora cominciare da parole semplici e sincere. Dire che una persona è morta significa spiegare, in modo adeguato all’età, che il suo corpo ha smesso di funzionare e che non potrà tornare a vivere. Espressioni come «si è addormentato» possono confondere i più piccoli, che tendono a comprenderle alla lettera. Le parole possono essere chiare e, nello stesso tempo, pronunciate con dolcezza.

Ogni famiglia potrà affiancare a questa spiegazione la propria fede, le proprie convinzioni e le proprie tradizioni. Possiamo anche ammettere di non avere una risposta a tutto. Un «Questo non lo so» detto restando accanto a un bambino può custodire più fiducia di una risposta costruita soltanto per chiudere la conversazione.

L’invito a portare un crisantemo nasce da qui: dalla possibilità di dare al ricordo un gesto.

Quel fiore può accompagnarsi al racconto di una persona. Che cosa le piaceva fare? Quale piatto preparava? Aveva una frase buffa, una passione, un’abitudine che ricordiamo ancora?

Dentro questi racconti chi è morto ritrova una storia, un volto, un posto nella memoria della famiglia. Il bambino può conoscere qualcosa di quella persona anche se non ha avuto il tempo di incontrarla.

Naturalmente il cimitero non è l’unico luogo in cui ricordare. Una fotografia guardata insieme, una ricetta preparata, una preghiera, un disegno possono offrire altre occasioni di vicinanza. Non serve obbligare a parlare, a partecipare o a mostrare una particolare emozione.

Possiamo piangere anche noi. Possiamo dire: «Mi manca e per questo sono triste». Senza chiedere al bambino di consolarci o di diventare grande per sostenerci. Lasciamogli la possibilità di stare accanto al nostro dolore continuando a essere bambino.

E accogliamo le sue domande, anche quando ritornano. «Ma poi torna?» può richiedere più di una risposta, in momenti diversi. Non dobbiamo spiegare tutto in una volta: possiamo ascoltare, rispondere a ciò che ci viene chiesto e lasciare aperta la porta.

Dopo le zucche, dunque, un fiore.

Perché l’educazione abita anche questi passaggi delicati: quando scegliamo di non sottrarci a una domanda difficile, quando raccontiamo qualcuno che amiamo, quando permettiamo alla tristezza di trovare parole e compagnia.

Non potremo evitare ai nostri bambini ogni incontro con il dolore. Possiamo però far sentire loro che, quando accade, c’è un adulto disposto ad ascoltare e a restare.

«Ci sono paure con cui possiamo giocare e assenze di cui possiamo parlare. In entrambi i casi, un bambino ha bisogno di sentirci accanto».

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