di Giorgia Costantini
Capita, sempre più spesso, di osservare situazioni familiari in cui i toni si alzano, le urla prevalgono, l’autorità diventa comando e l’obbedienza cieca viene scambiata per educazione.
In mezzo a tutto questo, ci sono bambini. Alcuni silenziosi, che si adeguano.
Altri invece che resistono.
Non per sfida, ma per dignità emotiva.
Sono quei bambini che non accettano passivamente, che fanno più fatica a piegarsi agli ordini, agli sguardi duri, agli obblighi senza spiegazione.
Bambini che – forse senza saperlo – mettono in crisi un modello educativo ancora troppo diffuso, quello che Alice Miller definiva “pedagogia nera”: l’educazione della paura, della punizione, del controllo assoluto.
E allora la domanda si fa urgente:
Nel 2025, ha ancora senso credere che un figlio si cresca con la voce più alta o con la mano più ferma?
Che fine hanno fatto l’ascolto empatico, la regolazione emotiva, la consapevolezza che un bambino è una persona da incontrare, non da domare?
Riflessione pedagogica
Educare non significa plasmare i bambini secondo un modello imposto.
Educare significa accompagnarli, vederli e accoglierli.
Le urla, le punizioni corporali, le umiliazioni non insegnano mai il comportamento giusto: insegnano paura.
I bambini che crescono con queste modalità non imparano il rispetto: imparano la sottomissione o, nei casi opposti, la ribellione distruttiva.
Eppure, ancora oggi, in molte famiglie l’idea di “tenere a bada” i figli passa attraverso l’uso della forza o dell’autorità esasperata.
La convinzione che “funzioni” nasce spesso da un retaggio antico, un’eco di come siamo stati educati noi stessi.
Molti adulti replicano ciò che hanno vissuto: non perché credano sia la via migliore, ma perché non conoscono alternative.
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L’alternativa esiste
La ricerca pedagogica e neuroscientifica è chiarissima:
• L’ascolto empatico regola le emozioni, costruisce fiducia, rafforza l’autostima.
• Il contatto affettivo – un abbraccio, una carezza, uno sguardo accogliente – è nutrimento emotivo.
• La disciplina positiva insegna ai bambini a riconoscere le conseguenze delle loro azioni senza paura, ma con consapevolezza.
Un bambino che si sente visto, ascoltato, amato per ciò che è sviluppa competenze emotive solide.
Un bambino che cresce nella paura, invece, impara a nascondersi: nascondere i propri errori, i propri desideri, persino sé stesso.
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Il ruolo degli adulti significativi
Quante volte siamo chiamati a domandarci:
• Sto crescendo mio figlio per come è, o per come vorrei che fosse?
• Quello che faccio lo aiuta davvero a capire o lo spinge solo a obbedire?
• Gli sto insegnando a temere o a fidarsi?
La differenza è enorme.
Perché le urla passano, le botte passano.
Ma le parole e gli sguardi restano.
Restano nei ricordi, nei corpi, nel modo in cui i bambini imparano ad amarsi… o a giudicarsi.
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✨ Citazione finale
“Le carezze educano. Le urla addestrano.”
— Ispirato ad Alice Miller
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Ti aspetto nella prossima uscita di Pedagogia in GioCo.