Oggi, quando un lavoratore va in pensione, riceve circa l’80% dell’ultimo stipendio.
Un trentenne che lavora oggi, invece, quando andrà in pensione intorno al 2060 riceverà circa il 65%.
In parole semplici: lavorerà per una vita intera come i suoi genitori, ma da anziano sarà molto più povero.
La distanza tra l’ultima busta paga e la pensione quasi raddoppia. Oggi un pensionato perde meno di un quinto del reddito, domani quasi un terzo. Non è pessimismo: è il funzionamento normale del sistema attuale applicato a stipendi bassi e carriere sempre più discontinue.
Il problema non nasce nel futuro: è già iniziato.
Negli ultimi trent’anni i salari sono rimasti bassi e spesso precari. Se si guadagna poco, si versano pochi contributi, e quindi si avrà una pensione bassa. Le pensioni di domani, in realtà, stanno già prendendo forma oggi negli stipendi.
Nel frattempo succedono due cose importanti.
La prima: i giovani diminuiscono. Entro il 2050 l’Italia avrà milioni di lavoratori in meno e ogni anno molti ragazzi qualificati lasciano il Paese. Lo Stato paga la loro scuola e università, ma i contributi per le pensioni li verseranno all’estero.
La seconda, spesso ignorata: il sistema pensionistico italiano oggi regge anche grazie al lavoro degli stranieri.
Milioni di lavoratori immigrati pagano contributi, fanno funzionare agricoltura, edilizia, logistica, assistenza agli anziani e servizi. Senza di loro ci sarebbero meno lavoratori attivi e quindi ancora meno entrate per le pensioni. In un Paese che invecchia e fa pochi figli, il loro lavoro non è marginale: è già una parte essenziale dell’equilibrio previdenziale.
Nel frattempo si parla di crescita economica. Ma una parte importante di questa crescita dipende dai fondi del PNRR: sono investimenti finanziati con debito europeo. Quel debito non sarà pagato dai pensionati di oggi, ma dai lavoratori di domani.
Si sta creando quindi uno squilibrio tra generazioni:
giovani con stipendi bassi, pensioni più piccole e, in più, chiamati a sostenere i debiti accumulati oggi.
L’Italia spende molto per le pensioni rispetto alla sua economia, ma questo non significa pensioni alte: significa soprattutto che ci sono pochi lavoratori e stipendi troppo bassi per sostenere il sistema.
Se non si interviene su salari, qualità del lavoro, permanenza dei giovani e integrazione stabile dei lavoratori stranieri, la previdenza rischia di diventare una delle principali cause di impoverimento della prossima generazione.
La questione pensionistica non è più solo tecnica.
È una questione di equità tra generazioni — e anche di scelte sul tipo di società e di lavoro che vogliamo costruire.
Roberto Alicandri




