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La bomba Lavitola contro Sigfrido Ranucci e report: Anatomia di un attentato al giornalismo d’inchiesta

by Marino Bisso #NOBAVAGLIO

L’esplosione di Campo Ascolano: non è un semplice attentato.
Il 16 ottobre 2025 un ordigno rudimentale esplode davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci. L’esplosione non provoca feriti, ma danneggia il cancello e alcune auto. L’episodio viene immediatamente classificato come attentato.
La DDA di Roma apre un fascicolo per strage che non riguarda solo l’ordigno, ma il contesto: il bersaglio è un giornalista investigativo, volto di Report, noto per inchieste su poteri politici, economici e criminali.
Il fatto è semplice. Ma i vari moventi e la matrice sono da subito confusi e poco credibili. Lo scopo di colpire Ranucci è invece centrato.

La dinamica operativa: una sequenza di errori che non si spiega.
Il commando parte dalla Campania su una Fiat 500X noleggiata. L’auto viene ripresa da telecamere lungo la Pontina e altre arterie.
I telefoni degli indagati sono accesi: le celle telefoniche tracciano un percorso identico a quello della vettura.
Nei giorni precedenti vengono effettuati sopralluoghi con le stesse modalità, lasciando ulteriori tracce. Gli investigatori ricostruiscono tutto con facilità: auto, telefoni, orari, tragitti.
La domanda investigativa è inevitabile: perché un gruppo incaricato di un attentato contro un giornalista di primo piano agisce con tale superficialità?
L’operazione appare dilettantesca. Oppure volutamente trasparente.
In entrambi i casi, è un’anomalia.

La confessione di Lavitola è una versione che non regge.
Valter Lavitola ammette un ruolo nell’attentato spiega che in realtà dovevano essere sparati dei colpi d’arma da fuoco contro l’abitazione di Ranucci e non non un atto dinamitario.
Sostiene che l’azione sarebbe stata pensata per “rafforzare la popolarità del suo amico Ranucci” e addirittura per “favorirne l’ingresso in politica”, costruendo attorno a lui un’aura di martirio.
La Procura definisce questa versione “inverosimile”. I fatti mostrano l’opposto: l’attentato non rafforza Ranucci; non lo protegge; non lo avvicina alla politica ma demolisce la sua credibilità; indebolisce ciò che rappresenta con Report dopo tanti anni di attività giornalistica. La confessione di Lavitola non chiarisce il movente: lo confonde.
E apre un interrogativo: sta coprendo qualcuno?

Il bersaglio strategico è Report.
Colpire Ranucci significa colpire Report. La trasmissione è da vent’anni un punto di riferimento del giornalismo investigativo.
Le sue inchieste disturbano poteri forti, trasversali, della vita economica e politica del Paese.
Un attentato contro il suo conduttore è un attacco alla sua credibilità, alla sua autonomia, alla sua capacità di indagare. Il movente dichiarato da Lavitola — far entrare Ranucci in politica — non ha riscontro e non convince.
Il movente reale potrebbe essere l’opposto: indebolire, delegittimare Ranucci per distruggere Report.

La macchina del fango: 45 giorni di delegittimazione sistematica
Parallelamente all’indagine giudiziaria, parte una campagna mediatica che non nasce dal caso.
Da quarantacinque giorni, una parte della destra di governo alimenta una macchina del fango contro Ranucci e Report.
Il focus si sposta dalla bomba alla persona colpita.
Non si parla più del commando: si parla della vita privata del giornalista per demolire la sua autorevolezza.
Non si parla del mandante: si parla delle sue relazioni.
Non si parla dell’attentato: si parla della sua credibilità. La tecnica è nota: spostare l’attenzione dall’attentato sul bersaglio; trasformare la vittima in sospetto; indebolire il giornalismo investigativo colpendo uno dei volti più esposti. Il tempismo è un elemento centrale di questa brutta storia: attentato e campagna mediatica procedono in parallelo.

Il profilo di Lavitola e quello di un intermediario, non di un regista
Per comprendere il ruolo di Lavitola, occorre guardare alle sue vicende giudiziarie precedenti: compravendita dei senatori per far cadere il governo Prodi; truffa sui fondi dell’editoria; tangenti a Panama nelle forniture Finmeccanica; caso Tarantini. In tutte queste operazioni, Lavitola è
sempre stato un intermediario.
Un uomo di passaggi.
Un esecutore di strategie altrui. Questo elemento pesa: perché dovrebbe essere diverso questa volta?

Il mandante occulto: la domanda centrale dell’inchiesta: Lavitola è davvero il mandante? Oppure è solo il volto esposto di un disegno più ampio?
L’attentato presenta elementi che non si spiegano con la sua sola iniziativa: un commando organizzato ma dilettante; un intermediario latitante; un bersaglio simbolico come Ranucci; un obiettivo strategico come Report; una macchina del fango che parte immediatamente dopo i primi sviluppi dell’indagine sull’attentato; una confessione che parla di sostegno a una ipotetica candidatura politica ma produce solo delegittimazione di Ranucci come persona e del suo giornalismo.

La domanda resta aperta:
chi è il regista occulto dell’operazione?

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