Non bastano poche vetrine spaccate per giustificare una stagione di repressione contro i giovani. Non basta qualche episodio di violenza per trasformare un’intera generazione in un nemico da combattere. E soprattutto non si può pensare di affrontare il disagio giovanile rispondendo con la forza, le minacce e la criminalizzazione del dissenso.
Le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sui giovani dovrebbero far riflettere i _neofascisti_ che governano questo Paese. Perché dietro le proteste, le piazze e la rabbia di tanti ragazzi c’è una domanda alla quale il governo non vuole rispondere: _quale futuro stiamo lasciando alle nuove generazioni?_
Un lavoro precario, stipendi insufficienti, il diritto allo studio sempre più difficile da garantire, una casa che per tanti è un miraggio, servizi pubblici sotto pressione e la sensazione crescente che impegnarsi, studiare e sacrificarsi non sia più sufficiente per costruirsi una vita dignitosa.
E di fronte a tutto questo, cosa fa la parte politica innamorata dei manganelli? Invece di interrogarsi sulle ragioni di questo malessere, alimenta la contrapposizione, restringe gli spazi del dissenso, schiera i parà e presenta i giovani che protestano come un problema di ordine pubblico.
La storia dovrebbe averci insegnato dove può condurre questa strada. Il Cile di Pinochet è stato uno dei simboli più drammatici della repressione politica e della violenza esercitata contro chi contestava il potere. Nessun paragone storico può essere utilizzato con leggerezza, ma proprio quella memoria ci ricorda quanto sia pericoloso considerare il dissenso una minaccia da soffocare anziché una realtà da comprendere.
Non si tratta di giustificare la violenza o di negare la necessità di tutelare le persone e i beni pubblici e privati. Si tratta di distinguere nettamente la responsabilità individuale dalla protesta collettiva e di non utilizzare singoli episodi per delegittimare le ragioni di un’intera generazione e per fare ignobilmente campagna elettorale.
Il problema è una classe politica che appare sempre più distante dalla società, incapace di interpretarne i cambiamenti e di offrire risposte credibili alle nuove generazioni. Una politica che continua a guardare al passato, mentre i ragazzi chiedono opportunità, diritti, partecipazione e prospettive concrete.
_I giovani non sono il problema di questo Paese. Il problema è un Paese che non riesce più a offrire loro un futuro e una politica che troppo spesso sembra aver smarrito la capacità di rappresentarli._
Se vogliamo davvero ascoltare Mattarella, dobbiamo partire da qui: restituire ai giovani la fiducia nelle istituzioni, garantire loro diritti e opportunità, riconoscere il valore della partecipazione democratica.
Perché la risposta alla rabbia non può essere soltanto la repressione. Deve essere la giustizia sociale, il lavoro, la scuola pubblica, la libertà di esprimere il dissenso e la possibilità concreta di immaginare un domani migliore.
E qui tornano alla mente le parole di Fabrizio De André: _«Anche se vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti»._
Un monito che vale soprattutto per chi governa, per chi alimenta la criminalizzazione del dissenso e per chi pensa di poter liquidare il disagio di un’intera generazione con qualche manganellata e qualche slogan sulla sicurezza. Ma vale anche per chi sceglie di voltarsi dall’altra parte, per chi tace davanti alle ingiustizie e per chi considera la libertà degli altri un problema soltanto quando non viene toccata la propria.
_Una democrazia sicura di sé non ha paura dei giovani che protestano. Ha paura, semmai, di diventare una democrazia nella quale i giovani non credono più._
E nessuno, soprattutto chi ha responsabilità di governo, può fingere di non essere coinvolto.
Roberto Alicandri




