Alla scuola non serve discriminare, ma occorrono strutture sicure,palestre, laboratori, biblioteche, riscaldamenti funzionanti e sistemi di climatizzazione adeguati contro lacrisi climatica. È quanto sostiene Menita Carozza di Europa Verde.
«Maestra, ho sentito che gli stranieri devono essere contati… ci cacciano?». La domanda disarmante diFariha (nome di fantasia), una mia alunna, racchiude tutto il cortocircuito tra la viva realtà delle nostre aulee la narrazione tossica che scende dall’alto.Entrare in una classe significa fare i conti con la cosa più fragile e immensa che abbiamo: il futuro. Quandoguardi negli occhi un bambino, il colore della pelle, l’origine o l’aspetto fisico passano in secondo piano. Sistringe una tacita intesa fatta di fiducia, ascolto e rispetto. Poi, però, arrivano le proposte ministeriali di“tetti massimi” per gli alunni stranieri e viene spontaneo chiedersi se chi legifera abbia mai varcato la sogliadi una scuola reale.Alla scuola servono tetti veri, strutture sicure, palestre, laboratori, biblioteche, riscaldamenti funzionanti esistemi di climatizzazione adeguati ad aule che, già a maggio, diventano forni a causa dell’emergenzaclimatica. Non servono “tetti” ideologici che contraddicono i principi della nostra Costituzione. L’articolo 3afferma l’uguaglianza senza distinzione di razza e lingua e impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacolieconomici e sociali; l’articolo 33 tutela la libertà d’insegnamento; l’articolo 34 dice, con una semplicità chenon lascia spazio a interpretazioni: “La scuola è aperta a tutti”.La Costituzione noi la insegniamo fin dalla primaria, durante le ore di Educazione Civica, non come formulada imparare a memoria, ma come bussola. Come spiegare ai bambini che la Carta fondamentale vienecontraddetta proprio da chi dovrebbe farla rispettare? Educare significa risvegliare potenzialità edemancipare, non “inculcare” nozioni o selezionare gli individui su base competitiva. Serve anche il coraggiodi introdurre finalmente percorsi di Educazione all’affettività e alla sessualità, per rispondere concompetenza, ascolto e verità ai dubbi naturali degli alunni ed educarli al rispetto, al consenso, alla parità ealla prevenzione della violenza, tutelando la persona, la dignità e la salute.Questo clima nazionale di chiusura, questo scollamento tra propaganda e realtà, trova ad Aprilia unacontraddizione ancora più grave. In una città commissariata per infiltrazioni mafiose, la scuola non puòessere considerata un servizio secondario, ma il primo presidio di legalità e riscatto democratico. Il nesso èsemplice: ogni volta che le istituzioni arretrano, lasciano spazio al degrado, all’isolamento e al controllocriminale.Aprilia conta 74.676 abitanti e 32.587 nuclei familiari. La popolazione scolastica raggiunge gli 8.880 iscritti:1.299 nella scuola dell’infanzia, 3.125 nella primaria, 2.077 nella secondaria di primo grado e 2.379 nellesuperiori. Eppure, in una città così giovane, i posti autorizzati negli asili nido sono 382, dei quali appena 49pubblici. Questi dati raccontano l’incuria con cui le amministrazioni politiche hanno considerato la scuola inquesta città, e parlo di quella politica che ha pensato di tenere per decenni in un edificio privato, costoso einadeguato soprattutto sotto il profilo della sicurezza la scuola Gramsci. Il trasferimento temporaneodisposto dalla Commissione straordinaria nel palazzo comunale risolve l’emergenza, non il problema: esappiamo fin troppo bene cosa significhi “provvisorio” nella gestione pubblica. Quanto è pericolosocontinuare gestire la cosa pubblica senza programmare? La futura amministrazione comunale deveincrociare dati anagrafici, popolazione scolastica e le esigenze delle famiglie, quartiere per quartiere. C’èbisogno di nidi, di tempo pieno (chimera per troppe famiglie), di edifici sicuri, di collegamenti con i quartieriisolati. Occorrono Patti Educativi di Comunità capaci di tenere le scuole aperte il pomeriggio, la sera ed’estate, trasformandole in poli civici di aggregazione, cultura, teatro e sport.L’unico modo per sconfiggere la criminalità e il declino, in questa città come in tutta Italia, non passa dallecircolari discriminatorie, ma dal garantire a Fariha e a tutti i suoi compagni il diritto di crescere liberi, ugualie protagonisti del proprio futuro. La scuola è aperta a tutti!”




