di Paolo Cento 
A sinistra, spesso con un po’ di puzza sotto il naso, si sottovaluta l’impatto dello sport e in particolare del calcio sulle passioni popolari e in qualche modo anche di conseguenza sulle forme di consenso che può generare.
Le tifoserie soprattutto quelle delle Curve sono state relegate a forme di partecipazione negative non vedendo al contrario la capacità che esse generano di aggregazione popolare, solidarietà e anche di espressione politica indiretta ma anche diretta.Troppe volte si è condivisa la scorciatoia di guardare a questi fenomeni popolari attraverso nuovi strumenti repressivi che sperimentati contro i tifosi (Daspo, Arresto in flagranza differita, fermi preventivi, divieto) vengono estesi al controllo delle città e alla repressione del conflitto sociale. Suggerisco che lo sport torni a essere al centro della politica anche a sinistra anche in occasione del programma da costruire per le prossime elezioni politiche.
È in questo contesto di scarsa attenzione verso i tifosi che per la terza volta consecutiva la Nazionale Italiana non parteciperà ai Campionati del Mondo a dispetto dei suoi antichi titoli vinti e della passione popolare che il calcio continua a smuovere. Risultato prevedibile se si guarda lo stato del calcio e della sua organizzazione nel nostro Paese. Si parla molto del vertice che ovviamente ha le sue responsabilità che nel corso degli anni sono state amplificate dal rifuggire da qualsiasi tentativo di vedere arrivare la crisi e dal mettere in campo soluzioni almeno di riduzione del danno.
Ma poco si parla della crisi del corpo intermedio: le società calcistiche gestori di grandi e piccoli club. Con una battuta di diritto societario potremmo dire che in qualsiasi altra attività imprenditoriale ed economica il calcio sarebbe già fallito o nella migliore delle ipotesi posto in amministrazione controllata. E in realtà nelle serie minori dalla C in giù sono sempre più le società calcistiche costrette a portare i libri in tribunale: fenomeno sottovalutato che qualche incidenza sul calcio maggiore e sui movimenti di giocatori deve pur avere avuto.
Finita, tranne qualche rara eccezione, la stagione delle proprietà familiari e padronali sono arrivati i fondi stranieri: scarsa capacità di trovare manager di riferimento locali, attirati dal miraggio dei nuovi impianti/stadi come volano di investimenti immobiliari di ogni genere, abbandono dei settori giovanili del territorio in cui operano, programmazione inesistente sopraffatta dall’ossessione delle plusvalenze per fare quadrare i bilanci.
E soprattutto trasformazione del tifoso in cliente, cancellazione di ogni identità storica ed emotiva della squadra, nessuna relazione con la nazionale di calcio e nessuna consapevolezza della necessità di fare crescere il movimento sportivo nel suo insieme. A questo aggiungiamo, con responsabilità che hanno radici almeno negli ultimi 30 anni, la possibilità di andare in Borsa con risultati economicamente pessimi, l’accettazione di regole europee che hanno penalizzato le squadre italiane rispetto a quelle inglesi, tedesche e spagnole.
A dare il colpo di grazia definitivo potrebbe essere l’esito dell’inchiesta giudiziaria aperta dalla Procura di Milano sulla gestione delle designazioni arbitrali e delle decisioni del Var.
Come se ne esce?
Nel governo sembra farsi strada la tentazione di un commissariamento del Calcio italiano: ipotesi di difficile realizzazione, a rischio di sanzioni da parte dell’Uefa con possibili ricadute ostative sulla possibilità di essere sede (insieme alla Turchia) degli Europei 2032.
Strada quindi difficilmente praticabile e soprattutto priva della risposta di merito da dare alla crisi: Commissariare per fare che cosa?
In assenza del Commissariamento ci saranno a giugno le elezioni per il rinnovo dei vertici della FGCI. Al momento due le candidature in campo: quella di Malagò e quella di Abete. Anche qui la domanda è obbligata: per fare che cosa? E allora intanto una proposta: perché non presentare pubblicamente i propri programmi per rilanciare il calcio nazionale? Magari rispondendo ad alcune domande che sono anche la traccia di una possibile proposta:
- Baggio negli anni scorsi ha redatto per conto della FGCI un dossier su come ripartire dai vivai, dal calcio territoriale, dalle scuole calcio: è un dossier ritenuto ancora valido al netto degli aggiornamenti da fare?
- le società di calcio devono essere accompagnate e affiancate da Associazioni sportive popolari sul modello tedesco dove i tifosi, nelle forme e nei modi stabiliti da leggi, partecipano alla gestione societaria?
- le società professionistiche avranno l’obbligo di lasciare finestre trimestrali per stage nelle nazionali azzurre di ogni livello e quindi si ridurranno le squadre partecipanti ai singoli campionati?
- Verrà cancellato lo sconto fiscale per i campioni stranieri che arrivano in Italia e introdotto lo sconto fiscale per i giocatori che provengono dai vivai e dalle scuole calcio del nostro paese?
- Infine, ne dibattito pubblico sta emergendo una sorta di sovranismo calcistico: basta con tutti questi stranieri in campo. Una scorciatoia tipica di tutte le forme di sovranismo che non produce scelte concrete e alimenta dibattiti inutili. Cosa diversa sarebbe invece introdurre controlli più stringenti sulle operazioni con calciatori extracomunitari, sui loro passaporti e dati anagrafici incentivando al contrario l’emergere dai vivai di immigrati di seconda e terza generazione portatori spesso di doti tecniche e fisiche che oggi mancano ai nostri ragazzi.
Infine, con chiarezza e dignità la nazionale italiana eviti scorciatoie peggiori della eliminazione patita sul campo di calcio: no a ripescaggi di ogni genere e qualsiasi modo motivati: possiamo perdere un mondiale ma non la dignità sportiva!
Fonte: rivistarinascita.It



