
di Stefano Fassina
Il nemico di classe di lavoratori e welfare, oggi, è l’aumento del debito pubblico invocato dal nostro governo e dall’aristocrazia economica attraverso la richiesta a Bruxelles di flessibilità e attivazione della clausola di salvaguardia.
La Presidente del Consiglio, il Ministro dell’Economia, il Presidente di Confindustria, invocano di aumentare il nostro già mostruoso debito pubblico: 3.206 miliardi di euro, quasi il 140% del Pil. È facile. Per loro, genera soltanto benefici: elettorali o finanziari. I loro veri interessi economici e sociali di riferimento non pagano: hanno sanità privata, scuole private per i loro figli, pensioni private. Pagano i lavoratori e le famiglie popolari con i tagli al welfare o con altre tasse dirette e indirette (accise, Iva, ecc), come avvenuto negli ultimi 30 anni. Attenzione: il ricorso al debito, lor signori, non lo invocano esplicitamente, sarebbe imbarazzante per chi si ammanta di senso di responsabilità. Utilizzano il linguaggio criptico dell’Ue. Chiedono seriosamente di “attivare la clausola di salvaguardia nazionale”. Oppure, sollecitano “flessibilità” nell’applicazione del Patto di Stabilità, notoriamente stupido. Ma il gergo tecnocratico, vilipeso quando si era assisi sui comodi banchi dell’opposizione, vuol dire aumentare l’enorme zavorra italiana appesa al filo dei tassi di interesse bassi (anzi negativi, per ora, a causa dell’inflazione oltre il limite BCE). Vuol dire innalzare la già crescente spesa per interessi prevista, a 100 miliardi di euro dal 2027 (per avere un ordine di grandezza comprensibile equivale al 70% della spesa per il Servizio Sanitario Nazionale). Insomma, vuol dire aggravare il colossale trasferimento di reddito e ricchezza dal lavoro alla rendita.
L’alternativa non è non fare nulla per compensare famiglie e imprese dai contraccolpi delle sciagurate guerre in corso, in particolare in Medio-oriente, devastato dalla politica imperialista di Israele con il sostegno cieco dell’Amministrazione Trump. L’alternativa è recuperare un po’ di entrate dai mega dividendi distribuiti dalle nostre imprese quotate: 120 miliardi in tre anni. Balzano del 13% all’anno, quando il PIL nominale sale soltanto di 2 punti percentuali. L’alternativa è introdurre una tassa duale sui profitti al fine di lasciare invariata la pressione fiscale sui rendimenti ordinari del capitale investito e alzarne il livello soltanto sui rendimenti superiori all’ordinario dovuti alle emergenze in corso, manna dal cielo per imprese dell’energia, della difesa, della finanza, della farmaceutica.
Il debito pubblico, oggi, è il nemico dei lavoratori e del welfare.



