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Roma, confiscato patrimonio di un clan Sinti, truffe agli anziani, documenti falsi, veicoli rubati

Anche prestanome per schermare i flussi illeciti

La Polizia di Stato ha dato esecuzione ad un decreto di confisca di beni, emesso ai sensi della normativa antimafia, dal Tribunale Sezione Misure di Prevenzione di Roma, nei confronti di due uomini ed una donna appartenenti ad un clan sinti.
L’odierno risultato costituisce la conclusione di un’azione ablatoria avviata a marzo 2024 con l’esecuzione del decreto di sequestro, emesso dall’Autorità giudiziaria, su proposta congiunta del Procuratore della Repubblica di Roma e del Questore di Roma, volta a contrastare l’accumulazione di patrimoni illeciti da parte delle organizzazioni criminali ed a sottrarre i relativi beni al circuito illegale per restituirli alla collettività in un percorso di legalità.
Con l’attuale provvedimento, emesso all’esito del contraddittorio, il Tribunale ha altresì irrogato nei soli confronti della donna, trentaquattrenne, e di suo cognato, cinquantaduenne, la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale di P.S. con l’obbligo di soggiorno nel comune di residenza. Contestualmente è stata acclarata la notevole sproporzione tra fonti di reddito lecite e valore dei beni posseduti, direttamente o indirettamente dagli stessi, disponendo pertanto la loro confisca.
Secondo quanto ricostruito dagli agenti della Divisione Anticrimine della Questura, il gruppo, stabilitosi inizialmente nel basso Lazio e successivamente nella Capitale, si suddivideva gli affari illeciti con un altro clan sinti collegato. Quest’ultimo si dedicava prevalentemente al traffico di sostanze stupefacenti, mentre quello dei proposti a furti e rapine in abitazioni su tutto il territorio nazionale, organizzando vere e proprie trasferte criminali, dalla fabbricazione di documenti falsi alle truffe ai danni di anziani o tramite piattaforme di annunci online, fino al riciclaggio di veicoli di lusso ed altre attività delittuose.
Il quadro raccolto dagli agenti ha lasciato emergere come i tre, insieme agli altri appartenenti al medesimo gruppo parentale, fossero abitualmente dediti a tali attività illecite, avvalendosi di una fitta rete di prestanome ai quali intestare i veicoli, utenze telefoniche e carte prepagate, così da “schermare” la reale riconducibilità delle operazioni.
Le approfondite indagini patrimoniali e la parallela ricostruzione dei singoli profili criminali, che hanno abbracciato l’arco temporale di circa un ventennio, hanno consentito di documentare l’illecito arricchimento ed il successivo reinvestimento degli ingenti proventi in società, veicoli di alta gamma, immobili, nonché orologi di lusso e preziosi, a loro volta oggetto di attività di riciclaggio, autoriciclaggio ed intestazioni fittizie.
La misura ablatoria ha colpito un compendio patrimoniale del valore complessivo di circa 1,8 milioni di euro, costituito da quote sociali di due società ed un’impresa -attiva tramite complessi aziendali, operanti in Roma, nel commercio di veicoli e bar-, una villa con piscina sita a Tivoli -già adibita dalla famiglia quale camera ardente -, numerose polizze di pegno ed undici autovetture.
Si aggiunge, infine, che il provvedimento eseguito riguarda la decisione di primo grado e, pertanto, non è definitivo.

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