Carte d’identità, il governo scopre l’acqua calda. E nel frattempo sull’espatrio regna il caos
Per mesi cittadini e Comuni sono stati bombardati da circolari, avvisi e comunicati: dal 3 agosto 2026 le carte d’identità cartacee non sarebbero più state valide, indipendentemente dalla scadenza stampata sul documento. Un obbligo derivante da un regolamento europeo noto da anni e recepito da Ministero dell’Interno, Prefetture, ANCI e amministrazioni locali.
Poi, all’improvviso, il colpo di scena. A meno di due mesi dalla scadenza, il governo Meloni si è accorto di ciò che qualsiasi impiegato comunale avrebbe potuto spiegargli davanti a un caffè: sostituire milioni di documenti in poche settimane era semplicemente impossibile. Così è arrivata la retromarcia. Le carte cartacee resteranno valide fino alla loro scadenza naturale (almeno fino a nuova trovata geniale), evitando così l’assalto agli uffici anagrafici che lo stesso governo aveva contribuito a provocare.
Viene da chiedersi cosa facciano tutto il giorno i professionisti della propaganda che occupano ministeri, sottosegretariati e palazzi del potere. Perché il regolamento europeo non è uscito ieri mattina: era noto dal 2019. Eppure qualcuno si è svegliato soltanto quando è apparso evidente il rischio di paralizzare gli sportelli comunali e lasciare milioni di persone senza documenti validi.
Un ringraziamento, invece, va ai dipendenti comunali. A quelli che in questi mesi hanno cercato di gestire prenotazioni, richieste e preoccupazioni dei cittadini, pur non avendo alcuna responsabilità per l’ennesima confusione prodotta da chi governa il Paese.
E naturalmente la toppa rischia di essere peggiore del buco. Perché sulla questione dell’espatrio le informazioni continuano ad essere contraddittorie. Fino a pochi giorni fa la comunicazione ufficiale era chiarissima: dal 3 agosto 2026 la carta cartacea non sarebbe più stata valida nemmeno per viaggiare all’estero.
Ora il governo annuncia la proroga, ma diversi enti continuano a precisare che la validità estesa riguarda soprattutto l’uso sul territorio nazionale e nei rapporti con la pubblica amministrazione. Tradotto: milioni di cittadini stanno cercando di capire se potranno o meno attraversare una frontiera con il vecchio documento, mentre da Roma arrivano messaggi che sembrano scritti da uffici che non si parlano tra loro.
È il marchio di fabbrica del melonismo: grandi proclami, pochissima programmazione e una straordinaria capacità di accanirsi contro i più deboli mentre si inciampa sulle questioni più elementari dell’amministrazione pubblica. Prima si crea il problema, poi si corre a metterci una pezza e infine si pretende pure un applauso.
Nel frattempo cittadini e Comuni restano a fare da cavie. E il governo degli annunci conferma ancora una volta di eccellere soprattutto in una disciplina: trasformare l’ordinaria amministrazione in una tragicommedia burocratica.
Roberto Alicandri



