Se l’obiettivo condiviso è la costruzione di un processo negoziale, bisogna avere il coraggio di trarne la conseguenza più elementare: nessun negoziato credibile nasce mentre si alimenta senza limiti lo sforzo bellico di una delle parti in causa.
di Simone Oggionni
L’articolo di Giorgio La Malfa ha il raro merito — in tempi di frequenti semplificazioni polemiche — della chiarezza e della costruttività: individua il punto che rischia di mettere in pericolo la convergenza programmatica della coalizione e, al tempo stesso, mette in evidenza gli elementi che potrebbero invece favorirla.
Prima di entrare nel merito, occorre però forse correggere una premessa implicita nel suo ragionamento: quella secondo cui la riserva verso l’invio indefinito di armi sarebbe una peculiarità del Movimento Cinque Stelle. Le cose stanno diversamente: il dissenso attraversa trasversalmente anche altre forze che compongono l’alleanza, come ampi settori del PD e di AVS, e soprattutto — come dimostrano numerose rilevazioni demoscopiche — una parte maggioritaria dell’elettorato progressista. Non siamo dunque di fronte a un problema di composizione tra un partito riottoso e un fronte compatto ma a una questione che l’intera coalizione, se vuole essere credibile, deve elaborare e sciogliere insieme. Vediamo come. Quando scrive che l’Europa deve rendere più esplicito l’intento di favorire una soluzione negoziata del conflitto, La Malfa formula un giudizio politico di sostanza nel quale si trova precisamente lo spazio su cui un accordo di programma appare possibile. Se l’obiettivo dichiarato è la ricerca di una soluzione negoziale, e non la vittoria militare di una delle parti, la discussione si sposta dal se al come: come costruire le condizioni di un negoziato credibile, non se sia opportuno cercarlo.
Questo giudizio, tuttavia, porta con sé una conseguenza ineludibile: se l’Unione Europea non ha saputo, in oltre tre anni di conflitto, esprimere una personalità o una struttura diplomatica capace di lavorare a una soluzione negoziale — come La Malfa stesso lamenta —, ciò non è un difetto accidentale o una distrazione burocratica. È l’esito coerente di una scelta politica precisa che si annida anche nella scelta della Commissione di varare il piano ReArm Europe/SAFE, che potrebbe mobilitare fino a 800 miliardi di euro, quasi interamente destinabili al riarmo degli Stati membri. Risorse enormi mobilitate per intensificare la guerra, nessuna per prepararne la fine. Questo approccio ha del resto trovato voce nelle dichiarazioni ripetute dei vertici della Commissione europea sul sostegno “senza limiti di tempo e di intensità”, sull’assenza di qualsiasi orizzonte negoziale nei comunicati dei vertici NATO e del Consiglio Europeo, nell’ostilità sistematica — spesso esplicitamente rivendicata — verso ogni ipotesi di cessate il fuoco che non coincidesse con la piena restaurazione dei confini del 1991. Nelle parole e nei fatti, l’Unione europea ha lavorato in questi anni per allungare la guerra, scommettendo — a torto, come la realtà del campo di battaglia ha mostrato — su un logoramento russo che non si è mai realizzato nei termini attesi.
Se davvero l’obiettivo condiviso è invece la costruzione di un processo negoziale, bisogna avere il coraggio di trarne la conseguenza più elementare: nessun negoziato credibile nasce mentre si alimenta senza limiti lo sforzo bellico di una delle parti in causa. Lo confermano, in circostanze diverse ma con la stessa logica, tre precedenti difficilmente equivocabili: fu la sospensione parziale dei bombardamenti su Hanoi nel marzo 1968, e poi la cessazione totale nell’ottobre dello stesso anno, ad aprire e a far avanzare i colloqui di Parigi sul Vietnam; fu il cessate il fuoco dichiarato dall’IRA nell’agosto 1994 a rendere possibile il processo che portò, quattro anni dopo, all’Accordo del Venerdì Santo in Irlanda del Nord; e fu la cessazione delle ostilità e l’iniziativa diplomatica ad aprire la strada ai negoziati di Dayton che posero fine alla guerra in Bosnia. Del resto, il primo passo di un processo negoziale credibile è, per definizione, un impegno processuale — cioè graduale, verificabile, reversibile in caso di violazioni — a ridurre le ostilità e l’impegno militare: meno contingenti sul terreno, un rallentamento calibrato nell’invio di armi. È lo stesso La Malfa a offrire lo spiraglio per pensare questo passaggio senza cadere nell’irenismo disarmato: quando distingue tra armi difensive e armi offensive, e ipotizza una progressività nella fornitura, indica esattamente il terreno su cui una posizione comune può essere costruita. Ciò comporterebbe — va detto con onestà — un cambio di rotta non marginale. Si tratta di passare da un’Unione Europea e da un governo italiano schierati esplicitamente come parte belligerante in un conflitto tra Stati terzi — uno dei quali è una potenza nucleare — a un orientamento diplomatico che lavora attivamente per la pace senza intervenire militarmente nel conflitto stesso. È una distinzione che la nostra tradizione costituzionale, e prima ancora la nostra storia repubblicana, conosce molto bene.
Quanto all’argomento più delicato sollevato da La Malfa — che la cessazione degli aiuti militari riaccenderebbe un conflitto oggi sostanzialmente in stallo, con un probabile guadagno di terreno russo — è questione che merita di essere affrontata. In che misura ciò avverrebbe? E verso quale fine, esattamente? Occupare l’intera Ucraina? Aprire fronti in altri Stati baltici o dell’Europa centrale, come pure talvolta si paventa nei toni più allarmistici del dibattito pubblico? Attaccare, addirittura, Francia e Germania, il cuore dell’Europa, ipotesi che talvolta serpeggia in certa pubblicistica e in certa propaganda?
Noi non crediamo che le finalità russe siano un dato fisso, iscritto in una volontà imperiale immutabile e indifferente al contesto. Meglio: iscritto in una presunta natura dispotica propria dell’ethos russo, come sostiene chi, con un’operazione storicamente indifendibile, pretende di tracciare lungo il confine orientale dell’Ucraina la linea che separerebbe la civiltà occidentale dalla barbarie orientale. È una tesi che ignora, o finge di ignorare, i secoli di storia che legano in profondità la Russia all’Europa, e ancor più il legame indissolubile che unisce, fin dalla radice comune, la storia russa e quella ucraina.
Crediamo, al contrario, che le finalità russe varino in funzione della postura assunta dal governo ucraino e dalle forze internazionali che lo sostengono: quanto più essa si irrigidisce nell’opzione militare — la riconquista integrale, l’assenza di qualsiasi concessione negoziale, la guerra fino alla vittoria —, tanto più si allontana ogni incentivo, per Mosca, a sedersi seriamente a un tavolo. Fornire armi senza limiti, senza condizioni e senza una strategia negoziale che le accompagni, lungi dal porre le premesse di una soluzione negoziata, ne rappresenta piuttosto l’ostacolo principale, perché rimuove dall’orizzonte di entrambe le parti l’unico incentivo reale a cercare un’uscita diversa dalla vittoria totale.
Su questo punto, infine, anche la nostra Costituzione non lascia spazi di ambiguità interpretativa. L’Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali: è un principio fondativo frutto della riflessione di chi aveva vissuto sulla propria pelle le conseguenze di scelte belliciste dissennate. La Costituzione ci impone dunque di tenerci alla larga da un coinvolgimento diretto, illimitato e privo di orizzonte politico in un teatro di guerra che non è il nostro. Ci impone di essere, cioè, un Paese che lavora per la pace, dentro un’Europa che a sua volta cerca mediazioni e soluzioni condivise. È in questo spirito propriamente costituzionale che la coalizione democratica può trovare la sintesi programmatica che La Malfa, con la sua consueta onestà intellettuale, ci suggerisce di cercare.
Fonte https://www.rivistarinascita.it




