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Dispersione idrica. Il Lazio paga il conto più salato. Maglia nera con il 68% di perdita dalle tubature Latina e i Comuni a sud della provincia di Roma

Il costo economico delle perdite per la collettività è di 1,5 miliardi. Le conseguenze della privatizzazione Dispersione idrica. Il Lazio paga il conto più salato. Maglia nera con il 68% di perdita dalle tubature Latina e i Comuni a sud della provincia di Roma 1

Il Lazio è la regione che paga il conto più salato per le perdite idriche, nonostante si trovi vicino ai principali serbatoi d’acqua del paese, il costo economico delle perdite più elevato: 1,5 miliardi, secondo dietro la Sicilia.

Un paradosso difficile da comprendere quello della dispersione idrica, visto che spendiamo ogni anno un miliardo e mezzo di euro solo per l’inefficienza delle reti: secondo la Cgia di Mestre, quasi la metà dell’acqua immessa nelle condotte viene dispersa, ben 57 litri al giorno per ogni cittadino italiano. Tra le province meno virtuose c’è quella di Latina con il gestore Acqualatina, con quasi il 68% dell’acqua che viene dispersa, tra tubature colabrodo e rubinetti a secco per giorni in molti centri del pontino e i comuni a sud della Provincia di Roma

Ma in tutto il Lazio il dato è oltre il 46%: quasi virtuosa Roma, dove si perde “solo” il 28 per cento, mentre Viterbo è poco oltre il 40, Rieti al 47 e Frosinone supera il 55 per cento. Eppure la prima carta idrogeologica nazionale pubblicata negli ultimi 40 anni, appena presentata dall’Ispra, dice che in Italia ci sono 957 grandi sorgenti, sessantamila pozzi e acquiferi naturali che soddisfano l’ottantaquattro per cento del fabbisogno di acqua. E tra le aree più ricche di oro blu figura l’Appennino centrale, proprio dove si trovano alcune delle montagne più importanti della nostra regione.

La privatizzazione dell’acqua prometteva risparmio e efficienza 

La promessa di efficienza e risparmio tramite la privatizzazione dell’acqua si è scontrata con una realtà ben diversa. Sebbene i sostenitori indicassero l’iniezione di capitali privati come soluzione per risanare le reti colabrodo, le gestioni privatizzate hanno spesso portato a distorsioni e tariffe più elevate, senza garantire l’eliminazione degli sprechi.

I risultati principali di questo modello mostrano: Aumento dei costi: La necessità di generare profitti per gli azionisti ha spesso causato un incremento del costo delle bollette. Qualità e investimenti: I dati mostrano che, per massimizzare i dividendi, le società private hanno talvolta ridotto le spese di manutenzione straordinaria e di ammodernamento delle infrastrutture. Perdite di rete: In molti casi, la frammentazione degli interventi e la mancanza di investimenti per l’ammodernamento delle reti hanno mantenuto elevate le perdite d’acqua lungo gli acquedotti.

In Italia, questo tema è stato al centro di un aspro dibattito politico e sociale, culminato nello storico referendum del 2011, in cui la stragrande maggioranza dei cittadini si è espressa contro la presenza di profitti nella gestione del servizio idrico. Ma la volontà dei cittadini è stata ignorata e i privati hanno continuato a lucrare su questa risorsa primaria.

Attualmente, il settore è monitorato dall’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA), che stabilisce il quadro tariffario nazionale con l’obiettivo di tutelare gli utenti e spingere gli operatori (privati, pubblici o misti), in teoria, verso standard di efficienza più rigorosi. Ma nella realtà le delibere dell’Autorità hanno spesso determinato incrementi costanti delle tariffe e l’addebito di oneri pregressi (spesso definiti “conguagli”).

“I profitti garantiti – sostengono i Comitati per l’acqua pubblica – sono stati chiamati “costo della risorsa finanziaria” e gravano sugli utenti, eludendo il divieto di fare profitti sull’acqua. Così l’Autorità permette che gli utili del servizio idrico siano massimizzati, sottraendoli agli investimenti nel servizio (manutenzione delle reti), per distribuirli invece come dividendi agli azionisti pubblici e privati”.

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Claudio Pelagallo
Claudio Pelagallohttp://www.inliberauscita.it
Giornalista pubblicista, iscritto all'albo Nazionale dal 1991. Ordine Regionale del Lazio. Ha collaborato come corrispondente con diverse testate: Il Messaggero, Il Tempo, Il Corriere dello Sport, La Gazzetta di Parma. Direttore responsabile del quotidiano "Inliberauscita"

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