HomeAttualitàI caregiver non chiedono pietà. Chiedono giustizia

I caregiver non chiedono pietà. Chiedono giustizia

Qualche giorno fa ho voluto portare in Consiglio comunale un tema che considero una delle più grandi emergenze sociali del nostro tempo: la condizione dei caregiver familiari.

Oggi, leggendo il lungo approfondimento pubblicato da *la Repubblica*, ho avuto una sensazione amara. Da una parte la soddisfazione che finalmente un grande quotidiano nazionale abbia acceso i riflettori su una realtà troppo spesso ignorata. Dall’altra la consapevolezza che milioni di persone continuano a vivere ogni giorno ciò che la politica, salvo rare eccezioni, preferisce non vedere.

Quando si parla di caregiver si parla quasi sempre di numeri. Sette milioni di persone. Centinaia di migliaia di famiglie. Percentuali, statistiche, provvedimenti.

Io, invece, penso ai volti.

Penso alle madri e ai padri che rinunciano al lavoro per assistere un figlio. Ai figli che mettono da parte la propria vita per accudire un genitore. Ai coniugi che trasformano la propria casa in un reparto di assistenza permanente.

Penso soprattutto a chi, dopo anni di sacrifici, si sente dire che deve ancora aspettare.

Perché questo è il punto.

Lo Stato continua a scaricare sulle famiglie un peso immenso, dando per scontato che ci sarà sempre qualcuno disposto a rinunciare alla propria vita per amore.

L’amore, però, non può diventare un alibi per giustificare l’assenza delle istituzioni.

Lo dico anche perché conosco questa realtà da vicino.

So cosa significa costruire ogni giornata intorno ai bisogni di una persona fragile. So cosa significa vivere con il pensiero costante del presente, ma soprattutto del futuro. So cosa significhi non potersi permettere di abbassare la guardia nemmeno per un momento.

Ed è proprio per questo che mi ferisce sentire parlare dei caregiver come di “eroi”.

No, non sono eroi.

Sono cittadini ai quali lo Stato sta chiedendo un sacrificio enorme senza garantire loro diritti adeguati.

Un eroe viene celebrato. Un caregiver, troppo spesso, viene lasciato solo.

L’articolo di *la Repubblica* racconta persone che parlano di burnout, di isolamento, di depressione, di povertà. Racconta famiglie costrette a consumare i propri risparmi per garantire assistenza ai propri cari. Racconta genitori che si domandano cosa accadrà ai loro figli quando loro non ci saranno più.

Domande che non possono ricevere come risposta una legge scritta a metà o qualche contributo economico destinato a pochi.

Occorre avere il coraggio di dire che il problema è molto più grande.

Servono servizi di assistenza domiciliare realmente efficaci. Servono strutture di sollievo. Servono tutele previdenziali. Servono percorsi che permettano a chi assiste un familiare di non essere costretto ad abbandonare il lavoro. Servono sostegni economici adeguati.

Ma, soprattutto, serve un cambio di mentalità.

Per troppo tempo il welfare italiano ha retto grazie al sacrificio silenzioso delle famiglie. È stato un risparmio enorme per lo Stato, pagato però con la salute, il lavoro, la serenità e, troppo spesso, la dignità di milioni di persone.

Non possiamo continuare a far finta che tutto questo sia normale.

Una società civile si misura da come protegge i suoi cittadini più fragili. Ma anche da come sostiene chi, ogni giorno, si prende cura di loro.

Per questo continuerò a parlare di caregiver familiari ogni volta che ne avrò l’occasione.

Non per fare polemica.

Ma perché il silenzio è il più grande alleato dell’indifferenza.

E perché dietro la parola “caregiver” non ci sono statistiche.

Ci sono vite.

E quelle vite meritano finalmente rispetto, diritti e risposte concrete.

Roberto Alicandri

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