Ci sono leggi che cambiano la vita delle persone e leggi che servono soltanto a fare propaganda. Quella sui caregiver approvata alla Camera appartiene, purtroppo, alla seconda categoria.
Dopo anni di attesa, il governo presenta come una conquista un provvedimento che stanzia risorse insufficienti, impone requisiti rigidissimi e rischia di escludere proprio tante famiglie che avrebbero bisogno di sostegno.
Vediamo i requisiti per accedere al contributo economico, che può arrivare a un massimo di 400 euro al mese:
Bisogna convivere con la persona assistita.
Bisogna dedicarle almeno 91 ore settimanali di assistenza: oltre 13 ore al giorno, sette giorni su sette.
Il reddito lordo annuo da lavoro non deve superare i 3.000 euro.
L’ISEE non deve superare i 25.000 euro.
Occorre rientrare nella definizione di caregiver prevalente e rispettare gli ulteriori requisiti previsti dalla legge.
In pratica, per accedere al contributo bisogna vivere per assistere un familiare, lavorare pochissimo o per niente e avere un reddito familiare contenuto. Basta non rispettare anche uno solo dei requisiti per rischiare di restare esclusi, pur affrontando sacrifici enormi.
E quanto stanzia il governo? Risorse del tutto insufficienti rispetto alla vastità del problema e ai bisogni delle famiglie. Anche considerando i fondi previsti per gli anni successivi, siamo di fronte a uno stanziamento che non può garantire una risposta adeguata alla moltitudine di persone che ogni giorno si prendono cura di un familiare.
Una mancia per pochissimi, mentre migliaia di famiglie continueranno a essere lasciate sole.
Ma c’è un problema ancora più grave che questa legge non risolve: il futuro previdenziale di chi è costretto a lasciare il lavoro per assistere un familiare. Queste persone rischiano di perdere anni di contributi, ritrovarsi con pensioni insufficienti o non maturare nemmeno i requisiti per andarci.
Lo Stato chiede loro di sostituirsi a un sistema di assistenza carente e poi li abbandona anche quando arriva il momento di andare in pensione. Una doppia ingiustizia che il provvedimento non affronta seriamente.
Le opposizioni hanno presentato proposte per ampliare le tutele e rendere la legge più efficace. Sono state respinte. La maggioranza ha preferito difendere il proprio testo anziché ascoltare le famiglie.
La ministra Alessandra Locatelli presenta tutto questo come una conquista. Ma una conquista per chi? Per chi resta escluso? Per chi rinuncia al lavoro? Per chi rischia una vecchiaia senza risorse?
Questa legge è insufficiente, discriminatoria e offensiva.* Offensiva perché pretende di affrontare un’emergenza sociale con requisiti che escludono tantissime famiglie e risorse che non rispondono alla dimensione reale del problema.
Dopo anni di attesa, siamo ancora davanti a una politica degli annunci, incapace di trasformare le parole in diritti concreti.
E allora il mio giudizio sulla ministra è durissimo. Non credo che, questa volta, basti chiedere le dimissioni. *La ministra Locatelli dovrebbe riconoscere il fallimento di questo provvedimento e smettere di fare politica.* Perché quando non si riesce a comprendere la realtà quotidiana delle famiglie, quando si scambia una mancia per una riforma e si pretende pure di presentarla come una conquista, il problema non è soltanto una legge sbagliata: è l’incapacità di interpretare il ruolo che si ricopre.
Non è una questione personale. È una questione di responsabilità politica.
Chi si occupa di disabilità e non autosufficienza dovrebbe conoscere i problemi delle famiglie, ascoltarle e comprenderne i sacrifici. Non limitarsi ad approvare una legge e dichiarare di aver risolto tutto.
I caregiver non chiedono compassione. Chiedono diritti, risorse adeguate, servizi e garanzie per il proprio futuro.
Non chiedono privilegi. Chiedono di non essere condannati alla povertà per aver dedicato la propria vita a una persona cara.
E uno Stato che non comprende questa semplice verità ha fallito il proprio dovere.
Roberto Alicandri




