Il segretario Pd Federici fa un’analisi del voto: “Partiamo da noi”

    Riceviamo e pubblichiamo

    Il risultato elettorale del 4 marzo tratteggia in maniera significativa il momento storico che stiamo vivendo non soltanto a livello nazionale, e quindi locale, ma anche a livello europeo. La sconfitta netta del Partito Democratico alle politiche sancisce la difficoltà della socialdemocrazia e delle sue rispettive espressioni partitiche in tutta Europa. Tentare un’analisi del voto insieme ai presenti, significa sostanzialmente allargare il dibattito sui fattori che hanno contribuito al risultato delle politiche in Italia, consapevoli del fatto che in Germania, in Francia, in Spagna e in Gran Bretagna le sinistre vivono un indubbio momento di grave difficoltà.
    Questa difficoltà si traduce in disaffezione nell’offerta politica di quelle realtà che hanno nel proprio patrimonio storico e intellettuale i valori della giustizia sociale, dell’uguaglianza, della solidarietà e dell’apertura. Trionfano i partiti e i movimenti che fanno della chiusura, della diseguaglianza e della conservazione la propria matrice ideologica ed estetica. In Italia, come altrove, vincono le forze antisistema che non condividono e che rimangono profondamente antitetiche al nostro retaggio culturale.
    Abbiamo perso perché abbiamo sbagliato e le dimissioni di Matteo Renzi sono giuste. È giunto il momento di una nuova fase congressuale che possa portare alla rigenerazione del nostro Partito e della sua classe dirigente. Questo deve avvenire nel pieno rispetto dell’esito delle elezioni, nella perfetta consapevolezza che la collocazione del Partito Democratico rimane quella conferita dal voto degli elettori: l’opposizione. Per questa ragione, nel pieno rispetto della democrazia che il nostro invito è un “NO” al governo insieme al Movimento 5 Stelle.
    Ne vale della nostra credibilità e affidabilità. È di fondamentale importanza ripartire dagli aspetti a noi più cari e che in parte ci hanno allontanato dall’elettorato. Le aspettative in questi anni sono state alte, forse troppo alte e l’anacronismo che soffrono i dati positivi in termini macroeconomici, incapaci di tradursi in beneficio a livello microeconomico nel breve periodo, hanno contribuito alla sconfitta.
    Non abbiamo perso perché abbiamo malgovernato: abbiamo portato il paese fuori dalla peggiore crisi di sempre, e portato a compimento leggi e normative che in altri momenti storici avrebbero fatto auspicare al miracolo. Ovviamente, sono stati compiuti degli errori: non pochi errori. Ma il saldo rimane certamente positivo. Siamo stati sconfitti culturalmente e politicamente, perché non siamo riusciti a convincere il paese a superare i propri timori. Ha vinto chi ha puntato sulla paura e sulla rabbia. Ha perso chi ha provato a scommettere sulla fiducia nel futuro. Ed è andata così anche perché nei molti luoghi dove quella paura è più forte noi non c’eravamo più.
    Quali sono i nostri obiettivi? Quali sono state le nostre conquiste? Il Partito Democratico ha superato i 10 anni di vita, forse un miracolo per la velocità e la fragilità della modernità politica del nostro Paese. Il nostro Partito non è perfetto. Eppure rimane un Partito e se ci guardiano attorno, rimane il Partito. I valori in cui crediamo continuano a entusiasmare donne e uomini in tutto il mondo. Spesso abbiamo perso di vista i nostri reali traguardi, è vero, ma ora ne siamo coscienti. La sinistra non nasce per innalzare muri, la sinistra nasce per tendere la mano agli altri e convivere con essi pacificamente. Non rimane il sogno di qualche visionario, ma viene dal bisogno di un preciso progetto politico.
    Non possiamo che sottolineare, a differenza dell’adagio andreottiano, nel contesto dei Paesi del Mondo Occidentale: “il Potere qui logora chi c’è l’ha” chi governa.
    Se fosse vero per gli Stati Uniti d’America dove l’amministrazione democratica degli 8 anni di Obama, indiscutibile nella sua azione positiva per il rilancio economico e per l’allargamento del welfare sociale con la riforma sanitaria ha sorprendentemente passato la mano ad una guida repubblicana, dal taglio fortemente populista come quella Trump, basata sulla sistematica contestazione anche contro l’evidenza delle positive conquiste di chi l’abbia preceduta.
    Lo è stato per la Presidenza Hollande in Francia, che nel 2012 partendo con tutte le migliori premesse si trova poi nel 2017 ad autoannichilirsi con la rinuncia del Presidente uscente a candidarsi per l’Eliseo: non possiamo non meravigliarci dell’usura che ha subito il binomio dei governi Renzi-Gentiloni.
    La grande crisi del 2008 ha instillato questo senso di paradosso del “cerino” per cui il corpo elettorale tende a “bruciare” in tempi relativamente brevi classi dirigenti e leadership. Del resto i tempi e i riconoscimenti della Storia non coincidono mai con i tempi della Democrazia e del riconoscimento degli elettori dei meriti dei governi.
    Pensiamo al 1945, quando nell’estate, a distanza di due mesi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, Winston Churchill, il mastino inglese, il Primo Ministro che ha guidato la Gran Bretagna alla “Vittoria” contro il nazismo e il fascismo veniva sconfitto alle elezioni generali da Clement Attlee, leader laburista. Quel partito laburista che durante la guerra, mentre nell’Europa devastata dalla distruzione e annientata nella morale, lavorava insieme ai colleghi conservatori in Parlamento e di pari passo costruiva il proprio consenso nelle fabbriche, negli ospedali, nelle miniere, nelle scuole e tra le persone, edificando quel “consenso socialdemocratico” che ha caratterizzato la storia della politica economica dell’intero occidente fino alla fine degli anni ’70.
    Compiendo un salto nel tempo, pensiamo al 1992, quando George Herbert Bush, fresco vincitore della prima Guerra del Golfo perdeva le elezioni presidenziali contro un non troppo conosciuto governatore democratico dell’Arkansas, tale Bill Clinton.
    Abbiamo una molteplicità di esempi in tal senso e il nostro Paese dal 1994 ne è la plastica rappresentazione poiché da allora, il vincitore delle elezioni precedenti, ha regolarmente perso quelle successive.
    Il risultato vincente di Nicola Zingaretti che porta il governatore uscente a riconfermarsi per la prima volta da 23 anni a questa parte è una delle poche certezze positive di questo turno elettorale.
    Allo stesso tempo i termini percentuali con cui questa vittoria viene conseguita e anche la presunta rilevanza in questa coalizione dell’appoggio di Liberi ed Eguali, se analizzati a fondo, evidenziano la presentazione di una idea classica di una coalizione di centrosinistra di stampo multiplo di taglio riformista.
    Se Zingaretti ha riscosso successo è stato non per il massimalismo ma al contrario per avere cercato, anche con lo strumento delle liste civiche di fornire alla sua amministrazione un taglio riformista.Non si può non partire da questa constatazione per concludere brevemente questa relazione che ha preso luogo dai risultati delle elezioni politiche.
    Di seguito, non possiamo dimenticare che lo stesso Nicola Zingaretti vincitore nel Lazio ha appoggiato il “Sì” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.
    Il Paese, anche se ci ha ridimensionato elettoralmente, ci ha delineato come forza riformista e non massimalista e ci chiede in un Parlamento dominato dalle forze populiste, una sana opposizione che vegli sulla collocazione internazionale del nostro Paese, sulle conquiste dei diritti civili e sociali nella scorsa legislatura e che ci tuteli da derive, queste sì, vere, autoritarie che sono presenti nelle due principali forze populiste che nel Parlamento rappresentano il 50%, come il Movimento Cinque Stelle e la Lega di Salvini.
    Le dimissioni del segretario Renzi meritano di essere discusse con una sana competizione per le primarie che dovrebbero essere mai come stavolta “a tema”.
    In conclusione: il tema qui è fondamentale, decidere di svolgere un ruolo di gregari di forze che hanno sempre delegittimato la nostra esistenza o di costruire partendo dall’opposizione un sano presidio di controllo delle istituzioni.

    Gabriele Federici