*La bomba, la macchina del fango e il bersaglio chiamato Report: chi vuole colpire Sigfrido Ranucci? Chi ha interesse a colpire Report?
La vicenda della bomba collocata davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci, l’arresto degli esecutori materiali e l’indagine che individua in Valter Lavitola il presunto mandante, presenta contorni che vanno ben oltre il fatto giudiziario. È una storia che sembra uscita dalla sceneggiatura di un film complesso, dove i protagonisti sono noti ma il regista dell’intera operazione resta ancora nell’ombra.
A colpire non è soltanto l’episodio criminale in sé, ma ciò che è avvenuto dopo. Attorno all’attentato si è rapidamente sviluppata una narrazione che ha spostato il focus dalla bomba al rapporto di amicizia, mai nascosto, tra Ranucci e Lavitola. Un cambio di prospettiva che solleva inevitabilmente una domanda: perché l’attenzione si è concentrata sul giornalista anziché sull’attacco subito da uno dei più noti professionisti dell’inchiesta televisiva italiana?
Le parole di Ranucci sono nette: «Non esiste nessuna inchiesta di Report sull’eolico condizionata da Lavitola. In generale non esiste nessuna inchiesta di Report condizionata da Lavitola». Una smentita categorica che coinvolge direttamente il lavoro della redazione e la credibilità di trent’anni di giornalismo investigativo. Eppure, mentre le indagini procedono, sembra essersi già messa in moto quella che in Italia conosciamo bene come la “macchina del fango”: un meccanismo che non punta a dimostrare fatti, ma a insinuare dubbi.
In questo quadro si colloca anche l’esposto annunciato da Fratelli d’Italia. Un’iniziativa legittima sul piano politico e giudiziario, ma che contribuisce a rafforzare una narrazione nella quale il giornalista finisce quasi sul banco degli imputati mentre la sua condizione di vittima passa in secondo piano.
A chi giova tutto questo?
Chi trae vantaggio dall’associare il nome di Report a una rete di sospetti?
Chi ha interesse a trasformare una vicenda di intimidazione in una discussione sulla credibilità di chi quella intimidazione l’ha subita?
Domande che diventano ancora più rilevanti se si guarda a quanto accaduto successivamente con la decisione della Rai di sospendere le repliche estive di Report.
Una scelta che ha suscitato amarezza e indignazione. Lo stesso Ranucci ha osservato che sospendere le repliche della trasmissione per “tutelarne il marchio” rischia di avere la stessa logica di sostenere che una bomba davanti casa sia stata messa per amore. Una frase paradossale, ma che rende bene l’idea del cortocircuito che si è prodotto.
Perché la conseguenza concreta di quella decisione non è stata la tutela di un marchio aziendale. La conseguenza è stata la sospensione temporanea della memoria.
Quelle repliche non erano semplici riempitivi estivi. Erano il racconto di vicende, come sottolinea lo stesso Ranucci, che hanno segnato la storia recente del Paese:
il crollo del Ponte Morandi e le responsabilità sulle mancate manutenzioni;
le stragi di Capaci e via D’Amelio e le piste nere;
i crolli nelle scuole e il definanziamento dell’istruzione;
l’esternalizzazione nell’alta moda ai laboratori cinesi;
i collaboratori del generale Vannacci e i presunti rapporti con la massoneria;
le inchieste sul Garante della Privacy;
la crisi del calcio italiano;
il caso di malasanità che ha causato la morte del piccolo Domenico;
i cantieri olimpici di Cortina;
l’allerta alimentare sulla carne scaduta;
la faida interna a Fratelli d’Italia in Sicilia;
il collasso del Servizio sanitario nazionale tra pronto soccorso e liste d’attesa;
le nomine al Ministero della Cultura e il caso Beatrice Venezi;
la strage di Cutro e le responsabilità istituzionali;
l’inquinamento nei porti;
gli interessi geopolitici attorno al Venezuela;
gli Amazon Files e il controllo dei lavoratori.
Temi scomodi, spesso controversi, quasi sempre legati all’interesse pubblico.
Ed è qui che emerge un altro interrogativo. È possibile che la sospensione delle repliche, pur motivata formalmente da ragioni cautelative, finisca nei fatti per produrre l’effetto più gradito a chi vorrebbe indebolire Report?
Perché quando viene oscurata la memoria delle inchieste, il danno non riguarda soltanto una trasmissione televisiva. Riguarda le famiglie delle vittime del Ponte Morandi, i familiari dei magistrati e degli uomini delle scorte assassinati dalle mafie, chi ha perso una persona cara a causa della malasanità, chi chiede giustizia per Cutro o denuncia il degrado dei servizi pubblici.
In fondo, la forza di Report è sempre stata proprio questa: conservare e riproporre la memoria di fatti che qualcuno preferirebbe dimenticare.
La storia italiana insegna che spesso non è necessario censurare direttamente una voce. È sufficiente indebolirne l’autorevolezza. Si crea il sospetto, si alimenta il dubbio, si genera un rumore di fondo che rende meno nitido il lavoro svolto. In questo contesto colpisce quando la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa rilancia sui social un video in cui Elly Schlein difende Sigfrido Ranucci accusando la destra di mettere a rischio la libertà di stampa, accompagnandolo con la scritta “che imbarazzo”.
Per questo il caso Ranucci supera la dimensione personale del giornalista. Qui è in discussione qualcosa di più grande: la credibilità di uno dei pochi spazi televisivi che negli anni ha raccontato intrecci tra politica, economia, affari e poteri consolidati.
Naturalmente spetterà alla magistratura accertare responsabilità, rapporti e motivazioni. Ma sul piano politico e culturale resta una domanda che merita una risposta: perché, dopo una bomba esplosa davanti alla casa di un giornalista, si è attivata con tanta rapidità una narrazione capace di mettere sotto processo il giornalista stesso?
Forse perché l’obiettivo non è soltanto Sigfrido Ranucci. Forse il vero bersaglio è ciò che rappresenta: un giornalismo d’inchiesta che continua a esercitare memoria, a fare domande e a mettere in difficoltà il potere che non esita a vendicarsi alla prima occasione possibile.
E la memoria, come ha scritto lo stesso Ranucci, è una risorsa preziosa. Ma per chi teme le domande, per chi preferisce l’oblio ai fatti documentati, può diventare anche un incubo. Proprio per questo, quando una macchina del fango si mette in moto, la prima vittima non è il giornalista: è il diritto dei cittadini a continuare a ricordare.
*Post di Marino Bisso su Facebook



