“Bene, avete fatto un corpo, ora dovete fare un’anima”
Due ore, il tempo in cui ho mi sono goduta la naturalezza nel commuovermi per le parole accurate e delicate di questo libro.
In “La fregatura di avere un’anima” di Giacomo Poretti per Baldini+Castoldi si ride anche a voce alta e non capita spesso, soprattutto quando la storia che si racconta parla di anima.
L’idea di questo oggetto inanimato, intangibile, insapore, inodore, ma di cui filosofi, psicologici, intellettuali, artisti, parlano e da che ho memoria mi ammalia.
Giacomo Poretti che ha una scrittura carezzevole, usa come espediente la nascita di un figlio e l’esatto momento in cui padre Bruno conferisce a Giannino il compito più arduo e faticoso, far sì che lui e sua moglie possano essere gli inseminatori di anima in Luca, il piccolo arrivato.
Giannino si interrogherà tutta la vita sull’anima, gli sembra davvero un affare serio, troppo importante, studia così la nascita dell’anima, chi ha avuto questa intuizione ma soprattutto si chiederà per tutta la vita se il piccolo Luca, poi diventato adulto, quell’anima l’avrà soppesata e se lui sia stato così attento come padre da riuscire a forgiarla.
Ma cosa significa avere un’anima? Esiste qualcuno che non ne dispone? Può essere davvero un macigno se non ascoltata? E perché è così importante averla?
L’anima, a mio avviso, è qualcosa che pesa più del cuore e della testa, si nutre di emozioni ed è ciò che ci umanizza, non averla, o meglio, non ascoltarla significa non permettersi l’incanto e l’immaginazione.
Significa non permettersi di tornare a commuoversi davanti allo scroscio delle onde.





