“Ho bisogno di un compagno reale per il mio viaggio immaginario.”
Sto ancora interiorizzando queste pagine, la lettura ammetto avermi stravolta, qualcosa mi ha richiamato e forse è stato il potere delle parole e di chi le sa usare, come Grossman dando voce a Yair e Myriam in “Che tu sia per me il coltello”(Mondadori)
Un racconto epistolare, tra due sconosciuti che attraverso la scrittura riescono a scambiarsi porzioni di pelle e di anima, di un vissuto che spesso si tende a nascondere ma chissà perché dentro un foglio e davanti a uno sconosciuto si riesce a mostrare anche la parte più buia che inevitabilmente ci abita e con cui facciamo fatica a esistere.
A Myriam il gravoso compito di essere il coltello, la lama che pungola, scava, viviseziona i meandri impervi di Yair, a lei viene relegato un posto quasi secondario nel libro, la ascolteremo sul finale, ma ha il compito più importante, quello di fare luce.
Yair convive con una sorta di paranoia, questa indagine su se stesso ha scaturito in lui malesseri e risvegli emotivi dolorosi. Lui ricerca il “luz”, l’osso dell’anima che non muore mai e crede che Myriam ne sia la custode.
Queste pagine sono una danza, un tango, lento e passionale, una richiesta di aiuto, un bisogno di essere visti, letti in questo caso e dunque codificati.
Le vere protagoniste sono le parole, darsi la possibilità di indagarsi attraverso il loro utilizzo, senza veli, sapersi donare in tutta la bellezza e in tutta l’oscenità, senza paura.
Le parole quando escono dagli abissi, sono una vera e propria lente d’ingrandimento sul serbatoio umano di chi le scrive, basta avere delicatezza e mettersi in ascolto.
Bisogna concedersi la possibilità di accogliere una storia che contiene tanta fragilità e che attraverso l’estraneità riconosciamo sia l’alterità sia il filo sottile che unisce e converge.
Io sono l’altro, in lui mi rispecchio e provo a indagare cosa contengo dentro di me.
“Tu non mi conosci e quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi.”
Che gioiello questo libro!