La scena è di quelle che dovrebbero gelare il sangue a qualsiasi destra democratica: una targa in memoria di Giacomo Matteotti viene deposta alla Camera, nel luogo simbolico da cui denunciò i brogli e la violenza fascista poco prima di essere assassinato dagli squadristi di Benito Mussolini. E i banchi della destra restano vuoti.
Non è una svista protocollare. Non è un “impegno concomitante”. È un riflesso condizionato della destra italiana davanti all’antifascismo: irrigidimento, imbarazzo, fuga. Perché Matteotti non è una figura neutra da santino istituzionale. È l’uomo che denunciò il fascismo quando farlo significava rischiare la pelle — e infatti gliela tolsero.
Il punto più grottesco è che la stessa maggioranza governa le istituzioni che ufficialmente celebrano Matteotti. Il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha parlato di “padre della democrazia” e ha voluto che il suo scranno non fosse mai più assegnato.
Ma mentre le parole scorrevano solenni, molti posti della destra erano deserti. E allora viene da chiedersi: la commemorazione era sincera o solo una mano di vernice repubblicana stesa sopra una memoria ancora indigesta?
Perché qui non si parla di una figura lontana e astratta. Si parla di un deputato socialista assassinato da una squadra fascista dopo aver denunciato violenze e brogli in Parlamento.
L’assenza davanti a quella memoria pesa più di mille dichiarazioni rituali sul “superamento del fascismo”. Anzi, le smentisce.
C’è qualcosa di quasi simbolico nella destra che diserta una targa a Matteotti: sembra la prosecuzione, in forma imbellettata e parlamentare, della vecchia insofferenza verso chi osò chiamare il fascismo col suo nome mentre tutti gli altri abbassavano lo sguardo. Nel 1924 lo fecero tacere con il manganello e il coltello. Nel 2026 basta non presentarsi. Più elegante, certo. Ma il fastidio per quella memoria resta visibile come un neon acceso.
E il paradosso finale è devastante: una destra davvero pacificata con la storia avrebbe riempito quell’aula proprio per dimostrare che il fascismo appartiene definitivamente alla fogna del passato. Invece quei banchi vuoti hanno fatto il contrario: hanno trasformato una commemorazione in un’autodenuncia politica.
Roberto Alicandri



