La Premier invita la Santanchè a dimettersi, ma lei non vuole rinunciare all’immunità
A Palazzo Chigi, non l’avevano mai vista così infuriata.
Il giorno dopo di Giorgia Meloni dopo la sconfitta al referendum si è trasformato in una inevitabile resa dei conti. La giustizia, si sarebbe sfogata con i suoi la premier, è storicamente un tema caro alla destra, e la presenza di indagati al governo oramai è sotto gli occhi di tutti, e va assolutamente recuperato. Quindi, in sintesi, via i membri del governo con situazioni giudiziarie che creano imbarazzo.
Così in una giornata concitata sono arrivate le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi. Fino all’inedita nota con cui un presidente del Consiglio chiede un passo indietro a un suo ministro. Ossia Daniela Santanchè, che finora ha resistito al pressing, in un braccio di ferro, la mostra non vuole rinunciare allo stipendio e soprattutto perderebbe l’immunità davanti ai processi che ha in corso.
A processo a Milano per falso in bilancio su Visibilia e indagata per un’ipotesi di bancarotta e truffa all’Inps, l’esponente di FdI già a inizio 2025 era finita nell’occhio del ciclone. Per la moral suasion sarebbe stato coinvolto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, oggi come allora, quando la ministra del Turismo condizionò le dimissioni a una richiesta di Meloni. Allora non arrivò, adesso è quanto mai esplicita.
La premier (che potrebbe prendere l’interim del Turismo o scegliere un tecnico di spicco del settore) non chiederà al Parlamento un voto di fiducia dopo la disfatta referendaria, non la vuole considerare una crisi politica, e non ha in agenda per ora incontri con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Ma a urne chiuse ha subito pensato a correre ai ripari e ad un riassetto della sua squadra. E la parola “rimpasto” torna a circolare, per non perdere definitivamente la faccia davanti ai suoi elettori. Nella maggioranza, però, è ben chiaro che sostituire un terzo ministro (dopo Gennaro Sangiuliano e Raffaele Fitto) richiederebbe una nuova fiducia delle Camere.
Intanto, nelle valutazioni ai piani alti del governo la debacle referendaria ha ragioni endogene non trascurabili. Carlo Nordio, seppur bocciato dagli italiani, non è mai stato in discussione ma la premier, raccontano, punta il dito contro lo “scarso impegno” della Lega sul referendum, rimarcato in queste settimane pure da FI.
Nelle analisi interne sul voto sarebbe emerso che una parte di elettorato ha punito la “scarsa coerenza” nel quel ‘se sbagli paghi’ usato contro gli avversari non vale per i membri del governo attuale. Soprattutto, appunto, su Santanchè, Delmastro e Bartolozzi. Tre punti deboli, si ragiona nel governo, da eliminare per neutralizzare gli attacchi delle opposizioni. In questo contesto sono nate le accelerazioni su Delmastro e Bartolozzi, in ore segnate da riunioni tra Meloni e i vertici di FdI. Nel partito avevano già capito che la leader non avrebbe salvato il sottosegretario, rompendo uno schema che l’ha vista sempre tutelare i suoi fedelissimi, anche se implicati in inchieste giudiziarie o anche condannati. Il passo indietro, negli auspici con cui è stato guidato, eviterà altri imbarazzi.
Pesante era stato considerato a Palazzo Chigi anche “l’autogol” di Bartolozzi sulla magistratura “plotone di esecuzione”, nel momento più delicato della campagna referendaria. E anche per lei – che ha un ruolo tecnico ma è stata protagonista di tante vicende politiche, incluso il caso dei criminale libico Almasri liberato e accompagnato in Libia, per cui è indagata – sono arrivate le dimissioni. Solo otto ore prima l’aveva inutilmente blindata Nordio, che ha a suo modo subito l’accelerazione, conclusa con l’incontro di tre ore con la sua ormai ex capo di gabinetto e Delmastro (le deleghe al Dap potrebbero andare al viceministro Francesco Paolo Sisto o al sottosegretario Andrea Ostellari, altrimenti verrà nominato un altro sottosegretario in quota FdI).



