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La zona grigia della Repubblica: neofascismo, mafie e la lunga destabilizzazione dello Stato

di Roberto Alicandri

C’è una storia italiana che non compare nei manuali, o che vi appare solo per frammenti. Non è lineare, non ha un unico centro di comando e non si lascia racchiudere in una teoria semplice. È fatta di relazioni, contatti, convergenze. Attraversa gli anni di piombo, sopravvive alla fine della Guerra fredda e arriva fino ai sistemi criminali contemporanei. È la storia di una “zona grigia”, uno spazio in cui estremismo politico, criminalità organizzata e settori deviati delle istituzioni si incontrano non per affinità ideologica, ma per interesse.

Alla fine degli anni Sessanta, l’Italia entra nella stagione degli anni di piombo. Bombe, stragi, terrorismo diffuso. La violenza non è solo un fatto criminale: diventa un fattore politico, capace di incidere sugli equilibri democratici. In questo contesto operano gruppi neofascisti come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Le sentenze hanno accertato responsabilità precise in alcuni episodi, mentre il quadro complessivo resta, in parte, oggetto di interpretazione storica.

È proprio in questo spazio che si sviluppa una dinamica più profonda. Come osserva Miguel Gotor, la storia repubblicana è attraversata da “ibridi connubi” tra attori diversi, unificati non da ideologia ma da obiettivi convergenti. È qui che nascono le figure di cerniera, capaci di passare dall’eversione politica alla criminalità organizzata, trasformando relazioni e competenze in strumenti operativi.

Tra questi, Massimo Carminati rappresenta uno dei casi più emblematici: una traiettoria che collega terrorismo nero, ambienti opachi e gestione criminale del potere. Non un’anomalia, ma il segnale di una permeabilità strutturale tra mondi apparentemente separati.

Se il neofascismo mantiene una dimensione ideologica, le mafie—Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta—ragionano in termini di potere e convenienza. È proprio questa differenza a rendere possibile l’incontro. Le mafie offrono violenza, controllo, capacità di esecuzione. I gruppi eversivi offrono contatti, coperture, accesso a reti.

Non si tratta di un’alleanza ideologica, ma di una *collaborazione operativa*. E tuttavia, nel corso degli anni, questa collaborazione si ripete con una frequenza tale da assumere un carattere strutturale.

Roma, tra gli anni Settanta e Ottanta, diventa il luogo in cui questo intreccio si rende visibile. La Banda della Magliana agisce come un nodo di connessione tra criminalità, ambienti neofascisti e apparati deviati. Non una struttura ideologica, ma una piattaforma relazionale. Un modello che non scompare, ma si trasforma.

Su questo livello si innesta una dimensione ulteriore, rappresentata dalla Propaganda Due di Licio Gelli. Figura controversa e centrale, Gelli—fascista della prima ora—costruisce nel dopoguerra una rete di relazioni che travalica i confini nazionali. I suoi rapporti con ambienti politici, militari e di intelligence si estendono anche all’America Latina, dove intrattiene legami con regimi militari autoritari, in particolare nell’Argentina della dittatura.

In questo contesto internazionale, segnato da repressione, violazioni dei diritti e uso sistematico della violenza politica, la figura di Gelli appare come un punto di contatto tra modelli di gestione del potere fondati sull’opacità, sulla forza e sulla limitazione delle libertà. Le inchieste italiane hanno evidenziato il ruolo della P2 come rete capace di connettere interessi diversi; alcune ricostruzioni storiche hanno inoltre suggerito possibili relazioni tra questi ambienti e le dinamiche della strategia della tensione, pur in assenza, in molti casi, di verità giudiziarie definitive.

È dentro questa trama che si colloca l’omicidio di Piersanti Mattarella. Le indagini più recenti indicano con chiarezza il ruolo esecutivo della mafia. Ma fin dalle prime ore, il delitto venne anche rivendicato da ambienti neofascisti, e per lungo tempo una pista nera fu considerata nelle indagini.

Secondo Gotor, quel delitto matura dentro una rete più ampia: non una contraddizione tra pista mafiosa e pista neofascista, ma una possibile sovrapposizione. La mafia, in questa lettura, non esclude altri attori: li integra. È una tesi che non sostituisce la verità giudiziaria, ma la amplia, inserendo l’evento dentro una rete di interessi convergenti.

Ed è proprio qui che il discorso si fa più delicato, ma anche più necessario.

In diversi momenti della storia repubblicana, la collaborazione tra ambienti neofascisti e criminalità mafiosa non appare come episodica, ma come funzionale. Una convergenza che avrebbe contribuito a produrre instabilità, paura, crisi di fiducia nelle istituzioni. In questo senso, come sottolinea ancora Gotor, esiste una *volontà condivisa di destabilizzazione*, già visibile nei primi tentativi di collaborazione tra mafia e neofascismo negli anni Settanta.

Se si guarda a questa dinamica nel lungo periodo, si può avanzare—con la prudenza necessaria—un’ipotesi più ampia. Questa convergenza tra violenza politica e criminalità organizzata *potrebbe aver contribuito a creare un clima favorevole alla crescita di risposte politiche autoritarie, securitarie e reazionarie*.

Non come risultato di un piano unitario, ma come effetto sistemico.

La destabilizzazione, la percezione di insicurezza, la delegittimazione delle istituzioni democratiche possono infatti aprire spazio a narrazioni politiche fondate sull’ordine, sull’identità e sulla riduzione delle mediazioni democratiche. In questa prospettiva, la zona grigia *avrebbe finito per costruire, nel tempo, una sorta di “autostrada” per l’affermazione di culture politiche nazionaliste e populiste*, con il rischio di una progressiva compressione dei diritti e delle libertà individuali.

Non si tratta di un automatismo, né di una relazione diretta e dimostrata in termini causali. Ma di una dinamica storica osservabile: la crisi della democrazia come terreno fertile per soluzioni semplificate e verticali.

Con la fine della Guerra fredda, la componente ideologica si attenua, ma la struttura relazionale resta. L’inchiesta su Mafia Capitale mostra un sistema in cui criminalità e politica continuano a intrecciarsi. Cambiano i linguaggi, ma non la logica.

Per anni si è cercato un grande regista. Ma la realtà che emerge è diversa e, per certi versi, più inquietante: una pluralità di attori che si incontrano quando gli interessi coincidono.

E dentro questa continuità si colloca un dato sempre più difficile da ignorare.

*In più fasi della storia italiana, ambienti neofascisti e organizzazioni mafiose non solo sono entrati in contatto, ma hanno collaborato, trovandosi di fatto dalla stessa parte: quella della destabilizzazione, del controllo e della ridefinizione dei rapporti di potere.*

Non per un’ideologia comune, ma per una convergenza concreta.

Ed è forse proprio in questa convergenza—più che in qualsiasi teoria del complotto—che si nasconde una delle chiavi più profonde e scomode della storia italiana recente.

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