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Referendum, Alicandri: “ha vinto la Costituzione”

Il risultato del referendum costituzionale ha consegnato un messaggio politico chiaro e, per certi versi, sorprendente: la vittoria del “No” non può essere letta come un’affermazione esclusiva del centrosinistra, ma rappresenta piuttosto una netta bocciatura del centrodestra e della sua proposta di revisione. In questo esito si è affermato con forza qualcosa di più profondo: ha vinto la Costituzione, e con essa il suo custode più autorevole, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, punto di riferimento istituzionale in una fase segnata da forte incertezza politica.

Ridurre tutto a una dinamica di schieramento sarebbe infatti fuorviante. Il “No” ha aggregato un elettorato molto più ampio e trasversale rispetto ai tradizionali confini partitici. A fare la differenza è stata una mobilitazione significativa di cittadini che, in condizioni ordinarie, tendono a non recarsi alle urne. Si tratta in gran parte di italiani che, pur avendo una sensibilità tendenzialmente progressista, non si riconoscono nei partiti del centrosinistra e nutrono una profonda sfiducia nei confronti dell’intero sistema politico.

Proprio questa sfiducia è una chiave interpretativa decisiva. Molti elettori non hanno votato “No” per adesione a un progetto alternativo, ma per esprimere un limite: un confine oltre il quale non si è disposti ad accettare interventi. La Costituzione, in questo senso, è stata percepita come un bene comune da difendere, non come un terreno di scontro politico contingente.

Un altro elemento centrale riguarda il giudizio sulla classe dirigente attuale. In ampie fasce dell’elettorato si è consolidata l’idea che chi oggi governa non goda della credibilità e dell’autorevolezza necessarie per mettere mano a un testo così fondamentale. Non si tratta solo di una valutazione politica, ma quasi di una questione di legittimità morale. L’idea che una classe politica percepita come fragile, divisa e talvolta improvvisata possa intervenire sull’impianto costituzionale è stata vissuta da molti come una forzatura, se non addirittura come un’offesa.

In questo contesto è riemerso con forza il richiamo al lavoro delle madri e dei padri costituenti, figure che incarnano un momento altissimo della storia repubblicana. Nomi come Piero Calamandrei sono tornati al centro del dibattito pubblico non solo come simboli, ma come parametro di confronto implicito. Il rigore, la profondità culturale e il senso dello Stato che caratterizzarono quella stagione sono apparsi, agli occhi di molti cittadini, lontani dalla qualità del dibattito politico contemporaneo.

È proprio questo scarto a spiegare una parte rilevante del voto. Il referendum è stato interpretato non tanto nel merito tecnico delle modifiche proposte, quanto come un giudizio sull’affidabilità di chi le proponeva. E su questo terreno il centrodestra ha pagato un prezzo elevato. La proposta è apparsa a molti poco convincente, mal comunicata e, soprattutto, sostenuta da una classe dirigente che non è riuscita a costruire fiducia.

Per questo motivo, parlare di una vittoria del centrosinistra sarebbe riduttivo. Il centrosinistra è certamente tra i vincitori, ma non è il solo: accanto ad esso c’è un’ampia area civica e trasversale che si è mobilitata in difesa di principi fondamentali, restando però distante da qualsiasi appartenenza politica stabile.

In definitiva, il “No” rappresenta un voto di difesa più che di proposta. Difesa della Costituzione, certo, ma anche di un’idea di serietà istituzionale e di rispetto per la storia repubblicana. Ed è proprio questo che rende la sconfitta del centrodestra particolarmente significativa: non solo una bocciatura politica, ma un segnale di sfiducia profonda nei confronti della sua capacità di guidare processi di riforma così delicati.

Roberto Alicandri

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