L’Antimafia sociale non è un pranzo di gala. Impegno e rischi in un paese dove i clan si spartiscono e controllano i territori.
L’antimafia sociale è un movimento di cittadinanza attiva che mira a contrastare il potere mafioso non solo attraverso la repressione giudiziaria e poliziesca, ma intervenendo sulle radici culturali, economiche e sociali che permettono alle organizzazioni criminali di prosperare. Protagonisti attivi sono le scuole, i comitati di quartiere, le associazioni e i collettivi studenteschi, le parrocchie.
Mentre l’antimafia “istituzionale”, quella condotta con rigore e con spirito di sacrificio da forze dell’ordine e magistratura si occupa di arresti e processi, quella sociale agisce sulla quotidianità per togliere alle mafie il consenso e il controllo del territorio, l’humus su cui prospera il malaffare.
Ma è davvero necessaria? a che serve se già se ne occupa la polizia? mi hanno chiesto gli alunni di una scuola media in provincia di Roma.
L’antimafia sociale è indispensabile perché la mafia non è solo un fenomeno criminale, ma un sistema che si nutre di bisogni insoddisfatti, assenza dello Stato, delle disuguaglianze sociali ed economiche. Tra i motivi principali per cui è fondamentale quello della sostituzione dello Stato nel welfare. Le mafie spesso ottengono consenso offrendo lavoro o assistenza dove le istituzioni mancano, offrendo favori, conoscenze nei posti giusti e prestando denaro con l’usura. L’antimafia sociale lavora per restituire diritti e dignità, rendendo i cittadini liberi dal ricatto mafioso.
Importante è anche il riuso sociale dei beni confiscati: Trasformare una villa di un boss in una scuola, una cooperativa o un centro giovanile è un atto simbolico e pratico potentissimo. Dimostra che il crimine non paga e che quelle risorse possono generare valore per la comunità.
Per educare alla legalità e alla cittadinanza attiva occorre intervenire nelle scuole e tra i giovani per scardinare i “sottovalori” mafiosi (come l’omertà o il culto del prepotente) prima che mettano radici.
Creazione di un’economia sana: Supportando le imprese che si ribellano al pizzo o gestendo terreni confiscati, si crea un modello economico basato sulla trasparenza e sulla libera concorrenza, sottraendo risorse vitali ai clan.
Capitolo Informazione libera: Purtroppo l’Italia si colloca al 49esimo posto nella classifica per la libertà di informazione. Si rende quindi sempre più necessario promuovere un giornalismo libero e d’inchiesta che sveli gli intrecci tra mafia e politica è essenziale per formare una coscienza critica nella popolazione. Organizzazioni come Libera (fondata da Don Ciotti) o il gruppo di giornalisti della Rete NoBavaglio, sono esempi chiave di come l’impegno civile quotidiano possa diventare un modello di resistenza collettiva.
I giornali liberi rappresentano il pilastro informativo dell’antimafia sociale. Il loro ruolo non è solo quello di riportare i fatti, ma di agire come “cani da guardia della democrazia”, illuminando zone d’ombra che le organizzazioni criminali preferirebbero mantenere nascoste. Le inchieste giornalistiche smantellano il clima di segretezza e intimidazione tipico dei sodalizi mafiosi.
Inchieste sui cosiddetti “colletti bianchi”: Il giornalismo d’inchiesta oggi si concentra sull’evoluzione delle mafie in strutture legate a politica ed economia illecita, svelando intrecci che spesso sfuggono alla cronaca immediata, anche nella pubblica amministrazione le mafie cercano referenti affidabili.
Ed il giornalismo d’inchiesta si rivela un valido supporto alle indagini della magistratura. Spesso il lavoro investigativo dei giornalisti precede o affianca quello giudiziario, portando, a svelare intrecci tra mafie, politica ed economia.
L’importanza di portare nelle scuole l’Educazione civile e la memoria: Mantenere vivo il ricordo di giornalisti uccisi dalla mafia, come Peppino Impastato, Giancarlo Siani o Giuseppe Fava, serve a formare una coscienza critica nelle nuove generazioni.
Ma fare giornalismo libero nel nostro paese comporta rischi concreti. Attualmente in Italia oltre 250 giornalisti sono sotto vigilanza, di cui almeno 22 vivono sotto scorta per minacce mafiose. Tra questi figurano nomi come Sigfrido Ranucci, Paolo Borrometi e Roberto Saviano.
Non solo minacce fisiche, ma anche intimidazioni legali: Le cosiddette “querele temerarie” vengono utilizzate per silenziare i cronisti attraverso richieste di risarcimento esorbitanti, trasformando i tribunali in strumenti di pressione. E il sottoscritto ne ha ricevute diverse.
Minacce fisiche: Continuano a verificarsi gravi atti intimidatori, come il recente invio di una testa di capretto mozzata alla giornalista Giorgia Venturini. In sintesi, i giornali liberi garantiscono che la lotta alla mafia resti una priorità pubblica, impedendo che il fenomeno venga normalizzato o dimenticato. Non esiste libertà di informazione senza un giornalismo libero. È diritto dei cittadini avere una informazione libera.



