
Ieri a Nettuno è successa una cosa che merita di essere raccontata senza ipocrisie.
Si è tenuta una manifestazione spontanea, nata di pancia dopo quanto accaduto alla Freedom Flotilla.
E non è successo solo a Nettuno. Oggi, in tutta Italia, si sono svolte iniziative spontanee, presìdi, momenti di protesta nati senza regia, senza organizzazione. Un moto diffuso che attraversa il Paese e che dice una cosa semplice: c’è una parte di società che non vuole restare in silenzio.
Perché quello che è accaduto è grave. Una missione civile diretta a Gaza con aiuti umanitari è stata intercettata dalla marina israeliana in acque internazionali. Attivisti fermati, imbarcazioni bloccate, civili portati via con la forza. Ancora una volta, una iniziativa umanitaria fermata fuori da un contesto di guerra, con modalità che non hanno nessun rispetto del diritto internazionale.
E davanti a tutto questo, le persone oggi sono scese in piazza.
In piazza, oggi, a Nettuno, non c’erano estremisti, non c’erano facinorosi. C’erano cittadini. Qualche giovane, fortunatamente, ma soprattutto tante persone anziane, volti noti di una lunga storia fatta di impegno civile, sociale e politico. C’ero anche io, Roberto Alicandri, Presidente del Consiglio Comunale di Nettuno.
Nessuna organizzazione, nessun apparato. Solo coscienze. Solo indignazione. Solo partecipazione.
Slogan, bandiere palestinesi, una presenza composta e pacifica.
Poi arriva la polizia. E decide di identificare i presenti.
Sia chiaro: è legale. Nessuno lo mette in discussione. Ma qui il punto non è la legalità. È il senso. È il buonsenso.
Davvero qualcuno pensa che identificare un gruppo di cittadini — in larga parte anziani — possa servire a qualcosa? Davvero sono un pericolo per la sicurezza pubblica?
Oppure siamo di fronte all’ennesimo caso di rigidità cieca, applicata dove è più facile farlo?
Perché poi, inevitabilmente, il confronto viene da sé.
Quando, durante le commemorazioni di Acca Larentia, si vedono saluti romani ripetuti e organizzati — cioè reati — dov’è la stessa solerzia? Dov’è la stessa sistematicità nell’identificare tutti i presenti?
Quando episodi simili accadono a Milano come a Dongo, perché la risposta appare così diversa?
E ancora: in che Paese viviamo, se un cittadino viene identificato al Teatro alla Scala per aver gridato “viva l’Italia antifascista”?
Questa non è una questione tecnica. È una questione politica enorme.
Perché il messaggio che passa è chiaro: chi manifesta pacificamente per diritti e libertà potrebbe venire controllato. Chi invece richiama simboli e gesti del fascismo sembra godere di una tolleranza incomprensibile.
E questo, in una Repubblica fondata sull’antifascismo, non è solo contraddittorio. È assolutamente inaccettabile.
Per questo una domanda è inevitabile.
Cosa ne pensa il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi?
Perché qui non si tratta di un episodio isolato e serve fare chiarezza una volta per tutte.
Roberto Alicandri



